MARSALA – Quando scende la sera, il sole caldo che tramonta sulla riserva naturale dello Stagnone manda riverberi dai colori pastello. Domina l’arancione, l’ambrato, l’atmosfera è calda, le onde del mare si muovono lente e cullano le barche dei pescatori, che galleggiano sullo sfondo delle bianche saline. Più in là un fenicottero spicca il volo, le pale dei mulini a vento roteano pigre.

Mentre sorseggio a dosi omeopatiche un bicchiere di Marsala, se chiudo gli occhi è questo paesaggio idilliaco che mi torna alla mente.

Tramonto sulla riserva naturale dello Stagnone: anche il regista Michelangelo Antonioni è rimasto ammaliato da questo paesaggio fiabesco.

Perché la riserva dello Stagnone è una delle porte d’ingresso della bellissima città siciliana che offre grandi momenti di barocco tra le sue strade e piazze, e dà il nome all’omonimo vino che quest’anno ha festeggiato i 250 anni dalla nascita. È alle spalle di questa riserva naturale che sorgono distese di vigneti di Grillo, Inzolia e Catarratto, dai quali si ricava l’uva necessaria a produrre un vino liquoroso che emoziona come un tramonto sullo Stagnone immortalato dal regista Michelangelo Antonioni.

In pieno centro a Marsala, Piazza della Repubblica

Diciamolo subito: il Marsala è un prodotto meraviglioso che però porta male i suoi anni ed è ormai più famoso per l’uso di cui se ne fa in cucina che non per i brividi caldi che induce quando lo si assaggia. Scaloppine al Marsala, pollo al Marsala, zabaione col Marsala… Una noia. Un torto reso ad un vino che nella sua storia ha avuto anche momenti di splendore, ma da qualche decennio fatica a riscuotere la considerazione che meriterebbe.

“L’occasione data dai festeggiamenti per i 250 anni del Marsala deve rappresentare un punto di svolta. L’anno scorso è stato ricostituito il Consorzio per la tutela di questo vino, noi produttori abbiamo capito e deciso che occorre lavorare insieme per rilanciarlo. Abbiamo due obiettivi, uno a livello di marketing per far conoscere ancora meglio, anche sul nostro territorio, come bere e abbinare il vino; l’altro è più tecnico: dobbiamo rivedere il disciplinare che è ormai obsoleto e troppo complicato, dato che prevede addirittura 29 tipi di Marsala” afferma Alexandra Curatolo Arini, discendente di una storica famiglia che produce Marsala, attiva in azienda come esperta di marketing e collaboratrice del Consorzio.

Alexandra Curatolo Arini

La storia del Marsala comincia nel 1773, quando il commerciante inglese John Woodhouse, in cerca di merci lungo le coste del Mediterraneo, con la sua nave finisce in mezzo ad una tempesta e cerca riparo nel porto della città che più tardi sarà resa famosa anche dallo sbarco dei Mille guidati da Garibaldi. Qui scopre il vino locale, chiamato Perpetuo, che gli piace tantissimo.

Woodhouse aveva lavorato in Portogallo e per ragioni professionali conosceva le abitudini degli inglesi e i mercati del Madeira, dello Sherry e del Porto. Non gli ci volle molto a capire che si trovava di fronte ad un autentico tesoro e così caricò la sua nave con trenta botti da 415 litri, nelle quali mischiò al Perpetuo dell’acquavite, esattamente come gli inglesi già facevano col Porto o lo Sherry. Per ingannare i connazionali, Woodhouse mandò il vino oltre la Manica con la denominazione Madera. Il successo fu immediato e talmente ampio, che le richieste andarono alle stelle: il Marsala inizialmente veniva venduto a Londra con la denominazione di “Sicily Madeira”. A fare le fortune di questo vino, commerciandolo in tutto il mondo, fu però una famiglia siciliana molto conosciuta, quella dei Florio, che nell’Ottocento fece sbarcare il Marsala in America, permettendogli di diventare l’ambasciatore del “made in Italy”.

“Per produrre il Marsala, che viene vinificato con uva a bacca bianca ma con la stessa tecnica utilizzata per la macerazione e la fermentazione dei vini rossi, la raccolta dei grappoli viene ritardata, ciò che consente di avere più zucchero negli acini e di conseguenza più tenore alcolico” spiega Alexandra Curatolo Arini.

Con uno spettro alcolico che varia da 15 a 22% vol., il Marsala è particolarmente versatile e si presta ad accompagnare bene differenti cibi.

“Ogni tipologia si caratterizza per una presenza più o meno importante di zucchero – spiega Alexandra. Se abbiamo un Marsala “secco” lo zucchero residuo sarà presente da 0 a 40 g per litro; nel caso del “semi-secco” siamo tra 40 e 100 g; col “dolce” superiamo infine i 100 grammi al litro. In qualsiasi caso, secondo il mio parere la temperatura di servizio deve essere sui 12 gradi”.

Il disciplinare prevede come detto tre tipologie “base”, alle quali si aggiungono due “riserve”. Il Marsala “Fine”, che possiamo considerare una sorta di vino d’entrata, invecchia un solo anno in botti di rovere o ciliegio. Nella sua versione dolce è protagonista nell’ambito della pasticceria.

La tipologia “Superiore” deve maturare per almeno due anni nella botte, è un vino che ha un bouquet più ampio rispetto al “fine” e può ottenere anche la denominazione “Riserva” se rimane nella botte per almeno quattro anni.

Infine, il Marsala “Vergine” rappresenta il top di gamma: deve invecchiare almeno 5 anni, minimo 10 per avvalersi della dicitura “Riserva”. Contrariamente alle altre due tipologie non subisce quella che viene definita la “concia”, ossia l’aggiunta di mosto cotto che serve a dare il colore ambrato, o della “mistella”, un mosto fresco con l’aggiunta di alcol per fortificare il vino. Potremmo ancora scrivere del metodo Soleras, utilizzato per produrre la tipologia “Vergine”, ma a questo punto siamo già presi da un capogiro e comprendiamo bene perché uno degli obiettivi del Consorzio sia semplificare il disciplinare.

Per quanto non sia facilissimo orientarsi tra le varie tipologie di questo vino, possiamo dire che un grande Marsala Vergine ha note di liquirizia, cannella, frutto caramellato, può essere mieloso, ma mai dolce e accompagna piatti importanti, anche di pesce. Per l’aperitivo preferite un Superiore secco, anche in versione “Riserva”, che con la sua struttura forte riuscirà ad esaltare anche i formaggi, soprattutto piccanti o erborinati. Per il dessert, specie con la pasticceria, un Superiore “dolce” andrà alla perfezione. Un consiglio finale? Assaggiate, gustate, scoprite. Non rimarrete delusi.

BERNA – Più di 560 rappresentanti della scena vitivinicola svizzera, politici, rappresentanti dei media e appassionati del mondo del vino si sono riuniti venerdì 6 ottobre 2023 al Kursaal di Berna, per celebrare la serata di gala del 16° Grand Prix du Vin Suisse, il più importante concorso enologico svizzero, organizzato congiuntamente dall’associazione VINEA e dalla rivista VINUM.

Quest’anno vi è stato un recordo di partecipazioni, con quasi 400 vini in più rispetto all’anno scorso, per un totale di 2.740 vini in concorso, suddivisi per diverse categorie.

Naturalmente una di queste categoria era quella dei Merlot e tra i sei migliori della Svizzera per il 2023 quattro erano ticinesi, con il Ronco 2020 prodotto dall’Azienda agraria cantonale di Mezzana vincitore assoluto. Non c’è stato però un podio tutto ticinese perché alle spalle del Ronco si sono classificati un Merlot vallesano, prodotto dalla cantina Kellerei Leukersonne di Susten (Merlot 2022 AOC Valais) e uno neocastellano (Merlot 2020 Vin de Pays Suisse) della cantina Grillette Domaine de Cressier a Cressier.

Abbiamo dato un’occhiata ai prezzi dei tre Merlot da podio: il Ronco costa 30.- franchi in cantina, l’AOC Valais classificatosi secondo  fr. 27.10 nello shop della cantina, quello neocastellano, che sul sito del produttore viene denominato Merlot Vernissage “Les Clous” è in vendita a 46.- franchi.

Nelle sei nomination del GP du Vin Suisse categoria Merlot figuravano anche tre altri ottimi vini prodotti in Ticino: il Quattromani 2021, una cooperazione Delea, Gialdi, Brivio e Tamborini; il Trentasei 2017, della Gialdi Vini SA di Mendrisio e il Merlot Riserva 2019, della Tenuta Vitivinicola Trapletti SA di Coldrerio.

Pure tra le nomination, ma non premiato, un vino prodotto dalla Fondazione Diamante Tre Valli di Biasca, che cura i vigneti, e dalla cantina Böscioro di Cugnasco (che effettua la vinificazione): in questo caso si parla di un Merlot vinificato in bianco, Insieme 2022, che ha avuto l’onore di accedere alla finale.

Evidentemente grande la soddisfazione di Nicola Caimi, enologo dell’Azienda agraria di Mezzana e “papà” del Ronco vincitore, e del direttore dell’Azienda Daniele Maffei.

“È un risultato che mi rallegra ma fondamentalmente non mi aspettavo, perché il 2o2o è stato un anno difficile. Mezzana è una scuola ed è molto importante ricevere un premio di questo genere, che gratifica sia gli sforzi che vengono fatti a livello di lavoro e di formazione, sia a livello di investimenti finanziari. Diciamo che valorizza un po’ tutto il nostro lavoro e conferma che lo facciamo bene”. afferma Nicola Caimi, che tra l’altro dirige i corsi di formazione di moltissimi vitivinificatori ticinesi, anche non professionisti.

“Il Ronco 2020 è un vino molto strutturato, profondo, carico. Abbiamo a che fare con una bella espressione del terreno argilloso, con degli spunti del Sud. È un vino che ha calore e rispecchia bene il nostro territorio” aggiunge Nicola.

La delegazione ticinese presente a Berna per la finale del GP du Vin Suisse

“Cerco di far passare la mia filosofia che vuole vini semplici, basilari. Questa nasce su una parcella dell’Azienda che contempla viti di più di 70 anni di età che trattiamo molto bene. La quantità del raccolo è limitata, le uve subiscono un leggero appassimento e la vinificazione avviene in modo del tutto tradizionale. Oggi in cantina non mancano macchine e prodotti di ogni tipo, ma noi cerchiamo di rispettare tempi e ritmi della natura. Quando si hanno buone uve e si trattano bene, non c’è bisogno d’altro per fare del buon vino” osserva da parte sua Daniele Maffei.

Tutti i risultati in dettaglio li trovate qui

 

Daniele Maffei, a sinistra, e Nicola Caimi dell’Azienda agraria cantonale di Mezzana

Sierre, città del sole e capitale del vino svizzero, ha ospita il Grand Prix du Vin Suisse (GPVS) 2023, nel corso dell’ultima settimana di luglio. La 17ma edizione dell’evento è stata un’occasione per mettere in mostra l’eccellenza del patrimonio vinicolo svizzero.

Il Grand Prix du Vin Suisse è molto più di un semplice concorso, è una vetrina per la competenza e la passione dei viticoltori svizzeri e offre anche opportunità per l’industria vinicola svizzera.
Dal 24 al 28 luglio, oltre 160 degustatori provenienti da tutta la Svizzera hanno assaggiato e valutato i 2.740 campioni proposti, che rappresentano la ricchezza e la diversità dei vini svizzeri. Le migliori annate dell’anno, in ciascuna delle 15 categorie giudicate, saranno premiate in occasione del “Gala del vino svizzero” che si terrà il 6 ottobre 2023 al Kursaal di Berna.
“Ogni degustatore porta il suo palato esperto e la sua profonda conoscenza delle sfumature che distinguono un buon vino da un grande vino. Il loro ruolo è cruciale, poiché valutano la ricchezza e la diversità dei vini svizzeri, assicurando che il GPVS metta davvero in luce il meglio della viticoltura nazionale”, spiega Fabienne Bruttin, direttrice dell’Associazione VINEA. Le degustazioni sono state supervisionate da Daniele Maffei, enologo ticinese e vicepresidente di VINEA.
Come ama dire il direttore di VINUM Nicolas Montemarano: “Il Grand Prix du Vin Suisse è riuscito a creare persone, volti e storie. E per capire l’anima di un vino, dobbiamo capire chi c’è dietro l’etichetta, la persona che ha creato il suo vino”.
I migliori vini saranno ora premiati in 15 categorie, Chardonnay e Syrah da quest’anno avranno una propria categoria e come sempre saranno assegnati dei premi speciali, come quello destinato alla “Cantina svizzera dell’anno”, la miglior vino bio, alla scoperta dell’anno e altri ancora. Novità del 2023, il premio destinato ad incoraggiare la prossima generazione di viticoltori, “Newcomer of the Year”.

I risultati saranno proclamati entro la metà di agosto quando sapremo quanti vini ticinesi accederanno alla finale, la premiazione avverrà durante una serata di gala a Berna il 6 ottobre, durante la quale tra i sei nominati saranno resi noti i migliori vini di ogni categoria.

Artista, uomo profondamente legato al territorio in cui ha scelto di vivere (la Toscana), grande produttore di vini e abilissimo comunicatore, Bibi Graetz quando si parla di vino è capace di trasformare qualsiasi momento in un grande evento.

Succede anche per il battesimo della nuova annata di Testamatta e Colore, le due etichette di alto livello della cantina di Fiesole. Sboccia l’edizione 2020, che si annuncia come una grande annata. Grande? Ma no, non basta. La più grande di sempre afferma Bibi Graetz con un largo sorriso, la carica emotiva contagiosa, l’entusiasmo straripante di chi sa di avere tra le mani un tesoro.

Il produttore, Bibi Graetz

“Il 2020 è l’anno del destino. È un po’ come quando tutte le stelle e i pianeti sono allineati. Grazie a tre fattori, un’annata potente, la freschezza regalata dalla nuova vigna di Olmo che si situa a 420 metri di altezza sul livello del mare, e la nuova cantina di Fiesole, credo che in questa annata abbiamo realizzato il miglior Colore e il miglior Testamatta di sempre. Il 2020 è stato un anno caratterizzato da un ottimo clima, che ha regalato grappoli perfettamente maturi, potenti e armoniosi. L’apporto del nuovo vigneto è stato importante: si avverte la freschezza, data un’ottima esposizione e da una buonissima ventilazione. Da ultimo, la nuova cantina, ampia, comoda, tecnologicamente all’avanguardia, che ci ha facilitato il lavoro. Persino la pandemia ha giocato un ruolo, regalandoci la quiete, che è un elemento importante per la lavorazione della vigna e del vino. Credo che abbiamo realizzato dei vini con una tensione perfetta e vivace che si combinano armonicamente con la potenza dell’annata” racconta il produttore che con le sue etichette ha conquistato in pochi anni il mondo degli esperti del vino.

Colore esprime il massimo del potenziale della produzione di Graetz: 100% Sangiovese, nasce da ceppi vecchi di oltre settant’anni, è figlio di quattro vigneti posti in altrettante località della Toscana, la vendemmia avviene addirittura sfruttando otto passaggi per poter raggiungere la massima qualità, l’invecchiamento avviene in barriques in parte nuove ma in maggioranza già utilizzate in precedenza, il mosto viene assemblato dopo aver trascorso almeno 20 mesi in botti separate.

L’annata 2020 promette meraviglie, ma naturalmente non è da bere adesso. Bisognerà attendere con pazienza che la grande concentrazione di aromi maturi per esprimere tutto il suo enorme potenziale, ma stiamo parlando di un vino fine ed elegante, capace di sorprenderci con la sua evoluzione.

Anche il Testamatta è un Sangiovese in purezza. Le vigne da cui proviene sono più giovani e crescono su un suolo caratterizzato dalla presenza di pietra, ciò che regala un vino capace di esprimere una buona mineralità. L’annata 2020, che rilascia sentori di fragola e vaniglia, secondo noi è ancora un po’ imbavagliata e chiusa. Aromi asprigni per intanto prevalgono un po’ sull’armonia e sull’equilibrio di un vino che si annuncia fresco ed “leggero”.

Porsche e il Merlot del Ticino: un abbinamento tra l’eccellenza della meccanica e quella dell’enologia, soprattutto se ad andare a braccetto sono il modello d’entrata di casa Porsche, la Macan, e la Tenuta Castello di Morcote, che quasi sembra sospesa tra il lago e il cielo e regala scorci di panorama che lasciano a bocca aperta.

La meraviglia è di casa anche presso le concessionarie del produttore di auto tedesco, quando il cliente si avvicina al modello Macan: quasi sempre si tratta del primo contatto con Porsche, perché l’80% delle persone che comprano una Macan sono anche nuovi clienti del marchio, i quali in seguito passano spesso a modelli di categoria superiore e non lasciano più la casa di Zuffenhausen.
Prodotto a partire dal 2014, il modello Macan è stato consegnato finora a 700 mila clienti nel mondo, mentre in Svizzera – i dati sono conteggiati al 31 dicembre del 2021 – sono stati venduti 10.536 veicoli, col modello GTS – il più performante – a guidare la classifica.

Il successo della Macan è presto spiegato: oltre ad avere un costo d’entrata tutto sommato accessibile per la parte più benestante della classe media (il prezzo del modello base Macan è di 79.600 franchi), si tratta di un’auto sportiva prodotta da un marchio premium, versatile, compatta e adatta a tutta la famiglia.
La gamma dei modelli Macan comprende quattro declinazioni della vettura, mossa da due motori distinti, un quattro e un sei cilindri. Il quattro cilindri monoturbo da due litri che sprigiona 265 cavalli e 400 Nm di coppia muove la Macan e la Macan T, mentre il sei cilindri bi-turbo da 3 litri viene montato sulla Macan S e sulla GTS, dove raggiunge la sua massima potenza (440 CV contro i 380 del propulsore adottato dalla Macan S).

Forzando un paragone coi vini prodotti dalla Tenuta Castello di Morcote, dove i vigneti si coltivano seguendo le disposizioni della biodinamica e del protocollo per la certificazione bio, potremmo azzardare che il modello base della Macan fa il paio con il “Rubino DOC”, un assemblaggio di Merlot (70%) e di Cabernet Sauvignon (30%) provenienti dal terroir del Mendrisiotto, una tipologia bordolese dunque, che esprime potenza contenuta ed eleganza, il frutto del Merlot e l’aroma speziato del Cabernet.

Salendo di un gradino, la Macan T possiamo paragonarla al “Castello di Morcote DOC”, un vino che nasce sul promontorio dell’Arbostora, affinato per 12 mesi in barrique, 90% di Merlot e 10% di Cabernet Franc: si compie un passo avanti a livello di potenza ed eleganza, un vino che esprime grande carattere, un po’ come l’automobile alla quale l’accostiamo.

Col “Castello di Morcote Riserva” il salto avanti si fa più deciso, un po’ come passare dalla Macan col motore a quattro cilindri al primo modello col propulsore bi-turbo a sei cilindri.

Parliamo in questo caso della Macan S, accostandola ad un vino che effettua una lunga macerazione (25 giorni anziché 20 come il Castello di Morcote DOC) e un lungo affinamento in barrique (18 mesi contro i 12 del… fratello). Siamo di fronte ad un vino speziato e fruttato, che esprime la tipicità del Merlot e del Cabernet (l’assemblaggio è sempre 90-10), una grande eleganza, un’esplosione di tannini morbidi che gli conferiranno lunga vita, esattamente come il suo gusto persistente, che in bocca sembra non spegnersi mai.

L’ultimo scalino è rappresentato dal “Fuoco”, anche in questo caso un assemblaggio di Merlot e Cabernet Franc in proporzioni 90-10%. Il fuoco è quello che sembra sprigionarsi dal motore della Macan GTS, quando schiacci a fondo l’acceleratore e il propulsore ringhia come una bestia selvatica che in pochi secondi può rabbonirsi e diventare docile come un gattino da salotto. Perché questo è il bello della Macan GTS: un’esplosione di potenza se richiesta, con la capacità di adattarsi alle condizioni stradali là dove è necessario tenere al guinzaglio un atteggiamento dirompente.

Il “Fuoco” della Tenuta Castello di Morcote è l’ammiraglia della casa: un vino che viene prodotto in quantità limitata, anche a dipendenza delle annate, un nettare prezioso che si caratterizza per la presenza di una struttura importante e di tannini morbidi e vellutati, pronti ad esplodere in bocca, regalando note di lampone e frutti rossi, con sentori di spezie.

Maurizio Merlo con la moglie Gaby Gianini dirige la Tenuta del castello di Morcote.

Se dietro al successo di Porsche Macan ci sono ingegneri di grande talento, dietro al successo della Tenuta Castello di Morcote c’è il lavoro e la perseveranza di Gaby Gianini e di suo marito Maurizio Merlo, sovrani di questo splendido promontorio sul quale prospera un’azienda agricola e vitivinicola di 150 ettari e dove fa bella mostra di sé, in posizione dominante, il Castello di Morcote. Qui non si producono solo vini rossi, ma anche ottimi bianchi, ottenuti con uve Merlot, Chardonnay, ma anche piccole quantità di Sauvignon, Doral e altri ancora. Per non parlare di un rosé di Merlot (13 Rosé) davvero esemplare, dal colore rosa tenue, in stile provenzale, e dal gusto semplicemente indimenticabile, recentemente premiato al GP du Vin Suisse. Dietro a questi vini, la sapienza dell’enologa Benedetta Molteni, che merita più di un lungo applauso.

Benedetta Molteni, enologa della Tenuta Castello di Morcote

Una storia di amicizia, di collaborazione, di audacia e di competenza: è quella della cantina Fawino di Mendrisio e dei suoi protagonisti, Claudio Widmer e Simone Favini, che nel 2012 unirono le forze per dar vita ad una produzione di qualità con una forte impronta territoriale. I loro vigneti si sviluppano sulle pendici del Monte Generoso e del Monte San Giorgio, i loro vini esprimono il carattere del territorio del Mendrisiotto, con una forte mineralità, un giusto equilibrio, una bella freschezza e tanta eleganza. Soprattutto nei rossi d’alta gamma, che invecchiano nelle barriques.

Simone Favini a sinistra e Claudio Widmer, titolari della Fawino sagl

Claudio e Simone hanno voluto festeggiare il decennio di collaborazione con una bella iniziativa: hanno riunito presso la Corte del vino Ticino a Morbio un folto gruppo di amici (molti produttori di vino e dunque “concorrenti”), sommelier ed estimatori del Merlot, per una verticale che ha abbracciato tutto il decennio della loro attività e ha permesso di andare alla scoperta del “Cantastorie”, del “Meride” e del “Musa”, tutti Merlot vinificati in rosso e in purezza, ma con stili differenti e uve provenienti da vigneti diversi.

Non che la Fawino produca solo queste etichette: curiosando tra la produzione dell’azienda, scoprirete che ci sono anche vini bianchi, rosati e persino delle bollicine spumantizzate col metodo classico, il “Saltimbanco” vinificato in rosa (da uve Merlot) e in bianco (da uve Chardonnay). Insomma, in un decennio, si può tranquillamente affermare che Claudio e Simone di strada ne hanno percorsa parecchia, considerando che quando sono partiti, nell’aprile di 10 anni fa, avevano a disposizione un ettaro scarso di vigna, producevano solo vinificando in rosso (tre etichette) e per un totale di 10 mila bottiglie l’anno. Oggi i vigneti coltivati e seguiti personalmente dai due amici si estendono su una superficie di 4 ettari, le etichette della cantina sono 8 e le bottiglie prodotte ogni anno 30 mila.

La verticale che abbracciava un decennio di produzione di Merlot vinificato in rosso ha evidenziato come lo stile della casa, pur evolvendosi, in dieci anni sia rimasto molto coerente e sempre su livelli di eccellenza, come testimoniano i numerosi riconoscimenti ricevuti sia a livello di guide, sia di concorsi (in particolare con le medaglie d’oro e d’argento ricevute a Expovina, al Mondial du Merlot e al GP des Vins Suisses).

La qualità della produzione Fawino si evidenzia già a partire dal “Cantastorie”, che è un Merlot classico, vinificato senza passare nel legno e dunque unicamente in botti di acciaio, un vino base diremmo, senza togliere nulla sul piano qualitativo ad un prodotto che si è rivelato elegante e potente, fresco e fruttato, ma anche meno coerente nel corso delle annate rispetto ai due Merlot di categoria superiore.

La Fawino produce anche due ottimi spumante con il metodo classico, il Saltimbanco vinificato in bianco e in rosato

Le dieci annate di “Meride” ci hanno permesso di scoprire un vino capace di esprimere grande sapidità, note speziate, tannini morbidi, bell’equilibrio e grande armonia all’interno di sapori fruttati a volte capaci di esplodere in bocca. L’annata 2015 in questo senso è risultata esemplare e a noi risulta la porta d’ingresso per le vinificazioni degli anni seguenti, tutte molto coerenti, fino ad un 2020 che si annuncia fantastico, seppur ancora nella sua esuberanza giovanile.

Il “Meride” è ottenuto con uve coltivate quasi a 600 metri di altitudine nel quartiere della città di Mendrisio. Siamo nei pressi del Monte San Giorgio, i vigneti hanno un’ampia esposizione a Sud, la vinificazione prevede un invecchiamento in botti di rovere svizzero da 500 litri, in parte nuove, in parte di secondo o addirittura di terzo passaggio.

Musa, il Merlot ammiraglia della casa

Un gradino più su ecco il “Musa”, davvero un vino nobile, signorile. Qui sono le uve delle viti più vecchie coltivate in un vigneto di Salorino a esprimere eleganza e potenza. Il vino matura per 18 mesi in barriques da 225 litri di legno francese, il 75% nuove, il resto di secondo passaggio. Parliamo di un vino che sa esprimere una complessità di aromi e profumi davvero notevole, in diverse annate si affermano tannini ancora molto tesi, emerge una mineralità elegante e mai invadente. Tra le annate più apprezzate da chi scrive il 2014, con un buon equilibrio tra il fruttato e le note speziate (non per nulla è stato premiato con i tre bicchieri del Gambero Rosso), il 2017, potente ed elegante, e il 2019, un’esplosione di sapori dentro una rotondità eccellente, vellutata, con prevalenza delle note fruttate rispetto a quelle speziate e aromi di mora, bacca rossa, ciliegia ad emergere. Col “Musa” possiamo andare sul sicuro accompagnando carni a lunga cottura, selvaggina, formaggi stagionato. Un grande vino, in grado di abbinarsi ad una cucina d’autore, un’interpretazione della vinificazione del Merlot che chiama l’applauso.

Cantina Fawino: www.fawino.ch

Se ci chiedessimo qual è il vino adatto ad accompagnare le festività di fine anno di sicuro non riceveremmo una risposta univoca. L’intenditore direbbe «dipende», pensando – giustamente – che il vino si abbina al cibo e dunque la scelta è ampia, per non dire sconfinata. Però su un aspetto quasi tutti sarebbero d’accordo: non c’è festa senza bollicine e tra le infinite varietà dei brut e degli spumanti, l’eccellenza è ancora e sempre costituita dallo Champagne.
Un vino che si può anche bere a tutto pasto, dall’aperitivo al dessert, come ci ha confermato una serata trascorsa alla Locanda Orico, di proprietà del più longevo chef stellato del Ticino, Lorenzo Albrici, che è di casa a Bellinzona.
L’occasione si è manifestata festeggiando il bicentenario della nascita dello Champagne rosato nel 2018, quando Lorenzo Albrici ce lo ha proposto (in versione La Grande Dame 2006 di Veuve Clicquot) addirittura come accompagnamento di un filetto di vitello del Muotathal, cotto rosa e intero al forno, una vera delizia.
Troppo facile, invece, immaginare lo Champagne rosé sulle code di scampi scottate, servite su un cespuglio di insalatine insaporite ai calamaretti spillo trifolati; oppure su un pavé di rombo selvatico dorato adagiato in una crema di topinambur al caviale Osciètre, altri componenti della proposta d’alta scuola di Albrici.

 

Volete sorprendere i vostri famigliari o i vostri ospiti? Bene, allora seguiteci: vi raccontiamo la storia della nascita dello Champagne rosé, che come abbiamo detto ha visto la luce nel 1818, da un’intuizione di una donna, Madame Barbe-Nicole Clicquot, nata Ponsardin.
Questa donna straordinaria, figlia del sindaco di Reims, maritò il figlio del fondatore della Maison Clicquot, Philippe, che morì lasciandola vedova nel 1805. Barbe, forte e intraprendente, non si rassegnò a rimanere ai margini dell’impresa di famiglia, ma ne ereditò la direzione.

Aveva 27 anni e dovette battersi contro i pregiudizi e le leggi di allora, che avevano scarsa considerazione (eufemismo) della figura femminile. Nel 1814 la signora Clicquot riuscì ad aggirare il blocco continentale imposto anche alla Russia da Napoleone, mandando il suo Champagne a San Pietroburgo, dove fu accolto trionfalmente. Quattro anni più tardi, la signora ha un’intuizione che cambierà la storia del vino dei re, sin lì vinificato soltanto in bianco. Anzi no: perché c’era stato pure un tentativo di creare uno Champagne rosé e per farlo si aggiungeva al vino vinificato in bianco del succo di… sambuco. Una pratica abiurata da Madame Clicquot, la quale aveva gusti raffinati e grandi capacità degustative.

Delphine Laborde

E come nasce il primo rosato? La signora intuisce che un buon assemblaggio tra bianchi e rossi può dare ottimi risultati e allora vinifica uva rossa della miglior qualità, proveniente dalle vigne di Bouzy, nella Champagne, e invita i suoi enologi di allora a miscelare sapientemente bianco e rosso per esaltare profumi e sapori che, ancora oggi, caratterizzano i vini dell’azienda, rimasta fedele al metodo originale inventato da quella che tutti chiamavano «La Grande Dame», in onore della quale è stato proprio creato un  grande Champagne della marca.
«Da Veuve Clicquot elaboriamo sempre lo Champagne rosato assemblandolo al vino rosso secondo il metodo di Madame Clicquot inventato 200 anni fa. Questa nostra capacità di attenerci al metodo tradizionale ci permette di creare dei rosati dal gusto preciso, fruttato, intenso ed elegante» raccontava Delphine Laborde enologa presso Veuve Clicquot, che ha ben assimilato la filosofia di quella che si può ben definire la fondatrice della casa, almeno nella sua versione moderna.
Per ottenere una bottiglia di rosé, Veuve Clicquot mescola da 50 a 60 differenti crus, a partire dal Veuve Clicquot Brut Carte Jaune, composto da 50 a 55% di Pinot Noir, da 15 a 20% di Pinot Meunier, da 28 a 33% di Chardonnay e, infine, da un 12% di Pinot Noir de Bouzy (rosso). Inutile dire che oggi tutte le cantine più importanti che producono Champagne hanno anche una propria versione rosé, tanto che la produzione di questo segmento rappresenta quasi il 10% del totale. Se vent’anni fa il rosato era considerato soprattutto un vino per signore, oggi questo vino appassiona anche i maschietti e il suo gradimento è in vigorosa crescita. La produzione avviene in due modi: vinificando in rosa le uve rosse (rosé da macerazione) o assemblando vini bianchi e rossi (rosé da assemblaggio).

 

L’onore di aprire la prima bottiglia della nuova Cuvée des Sommeliers, annata 2017, non poteva che spettare ad Anna Valli, presidente dell’Associazione che rappresenta i sommeliers della Svizzera Italiana (ASSP). Sul suo volto, un largo sorriso, condiviso appena più tardi da tutti i convenuti presso l’azienda vitivinicola Tamborini per assistere alla presentazione di questa bottiglia, ormai un classico nell’ambito del panorama enologico cantonale. Merlot vinificato in purezza, affinato in barriques per 20 mesi, un vino molto ricco, non filtrato, che sicuramente saprà dare grandi soddisfazioni negli anni a venire, perché stiamo parlando di un Merlot capace di invecchiare bene, ma che già adesso è apparso convincente per la sua struttura, il suo equilibrio e la sua eleganza.

Anna Valli tra Claudio Tamborini (a sin.) e Piero Tenca

L’idea di realizzare una Cuvée dei Sommeliers è partita nell’ormai lontano 1990, nata dal desiderio di stringere il legame che unisce i produttori di vino ticinesi e i sommeliers, che sono gli ambasciatori del vino e dunque, di riflesso, anche di chi lo produce. Finora sono state prodotte dodici Cuvée e quella presentata ieri è l’ultima della serie.

Vinificato con sapienza dalla Tamborini Carlo SA e in particolare dal suo enologo di riferimento, Luca Biffi, questo vino dallo spirito bordolese, per dirla con Claudio Tamborini, è frutto della vendemmia che la grande famiglia dei sommeliers della Svizzera Italiana ha fatto il 17 settembre del 2017 nella storica tenuta Tamborini di Castelrotto, culla del Merlot ticinese.

In una splendida giornata, una novantina di persone aveva raccolto in poche ore 1500 kg di uva, dalla quale è nato questo vino che a quattro anni di distanza è pronto per il consumo.

Speciale, anche l’etichetta, che ricorda il luogo di provenienza dell’uva e riporta il simbolo storico dei sommeliers, il tastevin, piccola ciotola d’argento che veniva utilizzata per la degustazione del vino e portata al collo come emblema della confraternita.

La Cuvée 2017 è una produzione limitata a 400 bottiglie Magnum (1,5 litri) ed è destinata ai soci dell’Associazione regionale e di tutta la Svizzera, ai ristoratori e agli albergatori. Verrà inoltre presentata al concorso Meilleur Sommelier Svizzero che si terrà a Lugano il prossimo 10 ottobre e serve anche da biglietto da visita per l’ASSP ai concorsi internazionali di Sommellerie e in occasione di viaggi ufficiali all’estero.

L’enologo Luca Biffi che ha curato la cuvée dei Sommelier

Due ore di viaggio in auto dal Ticino ti catapultano in un mondo che offre un’incredibile varietà di paesaggi, la pianura coi suoi campi a perdita d’occhio, colline e vallate ricche di vigneti, alture ricoperte da boschi che in autunno regalano colori meravigliosi.

Siamo nell’Oltrepò più volte celebrato da Gianni Brera, un lembo di terra che si estende tra Pavia, Alessandria e Piacenza. Terra di vini e prelibatezze gastronomiche, perché l’Oltrepò si trova a sud del fiume Po, all’estremo confine della Lombardia con l’Emilia e la Liguria, ma pure col Piemonte, per cui da queste parti è possibile reperire anche il tartufo.

È di vini però che vogliamo parlare e senza voler far torto alla Bonarda, al Sangue di Giuda, alla Barbera o al Buttafuoco che vengono prodotti su queste colline, è il Pinot Nero che vogliamo celebrare, perché questo vitigno versatile nell’Oltrepò si declina con maestria in una bollicina elegante prodotta col metodo classico e in un rosso strutturato che regala sensazioni forti. Un solo vitigno, ma due anime distinte.

Anche se, come sostiene il direttore del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese Carlo Veronese “non si può identificare la produzione del nostro territorio unicamente col Pinot” data la numerosa varietà di vitigni coltivati, il Pinot può “rappresentare il minimo comun denominatore di questo territorio e promuovere una sua visione unitaria”. Della quale, sentendo molti produttori, nell’Oltrepò c’è veramente bisogno, per riscattare un recente passato enologico che ha forse vissuto un po’ troppo sugli allori e sulla vicinanza di Milano, una grande metropoli che ha alimentato il commercio a volte senza badare troppo alla qualità del prodotto.

L’Oltrepò pavese ha una storia secolare alle spalle e una vocazione enologica riconosciuta fin da prima di Cristo, messa a frutto dagli spumantisti piemontesi a partire dal 1800 e dai viticoltori locali ai giorni nostri.

Originario della Borgogna, dove si utilizza per produrre vini rossi, e coltivato anche nello Champagne come base spumante, il Pinot Nero è arrivato in Italia in tempi relativamente recenti. La raffinatezza e la versatilità delle sue uve ne fanno un vitigno ricercato, ma la delicatezza e le difficoltà della sua coltivazione lo rendono adatto solo ad aree particolarmente vocate. Con i suoi 3.500 ettari impiantati di Pinot Nero (su 13.000 complessivi di svariati vitigni), l’Oltrepò Pavese è il terzo produttore in Europa di Pinot Nero dopo le due regioni francesi sopracitate di Borgogna e Champagne.

La rinascita del Pinot Nero da queste parti passa anche dalla volontà di alzare sempre più l’asticella della qualità, promuovendo una coltivazione sempre più rispettosa dell’ambiente e delle esigenze del consumatore e portata avanti da aziende in buona parte a conduzione famigliare. Collaborare, scambiarsi esperienze, confrontarsi: sono argomenti all’ordine del giorno tra quella parte di produttori più avveduti che credono in una rinascita del settore vitivinicolo dell’Oltrepò.

La produzione delle bollicine col metodo classico sta vivendo una vera e propria rivoluzione, con un interesse crescente per la rivendicazione della Docg Oltrepò Pavese Metodo Classico.

Vinificato in purezza o con una piccola percentuale di Chardonnay (ma si parla di introdurre nel disciplinare anche il Pinot Meunier, tanto per gradire la formula champenoise), affinato a lungo sui lieviti (il La Piotta 80/90 2013 Pas Dosé Vsq ci rimane per 60 mesi, il Farfalla Cave Privée di Ballabio addirittura 96!), lo spumante di Pinot nero dell’Oltrepò si distingue per la sua eleganza, il buon tenore di acidità, una bollicina quasi sempre fine e persistente, una cremosità avvolgente e una bella profondità aromatica.

Se il tempo lavora bene sulle bollicine, lo stesso è in grado di fare sui rossi, vini vivaci e ben equilibrati. Il fronte dei produttori è variegato nel suo approccio con la vinificazione, che si esprime sia con invecchiamenti in botti di rovere di varie dimensioni, sia con la freschezza giovani nettari che hanno conosciuto soltanto l’acciaio.

 

Un po’ di Ticino nell’Oltrepò…

L’incontro coi produttori dell’Oltrepò a Casteggio ci regala anche scoperte curiose e interessanti. Quella con i proprietari dell’azienda agricola “La Piotta” per esempio, che dal 2005 è certificata biologica e ha la sua sede a Montalto Pavese. Fondata da nonno Luigi Padroggi nel 1985, l’azienda è stata portata avanti dai figli Gabriele e Mario, oggi affiancati dalla terza generazione rappresentata dai giovani Luca ed Enrico. Il nome ci incuriosisce, facciamo presente ai ragazzi che in Ticino una squadra di hockey su ghiaccio che rappresenta un unicum nel suo genere porta (almeno in parte) quel nome.

“Ambrì Piotta! Sì, lo sappiamo e qualche anno fa siamo stati contattati da un commerciante di vini ticinesi che ci ha parlato della squadra dicendosi interessato ai nostri vini. La cosa però è morta lì, non l’abbiamo più sentito”.

Paolo Verdi dell’omonima azienda a Canneto Pavese, appassionato di vino e di sci

Paolo Verdi dell’azienda Bruno Verdi a Canneto Pavese prima di diventare produttore di vini aveva un sogno: diventare sciatore. I suoi vini sono di qualità, la sua passione per gli sport invernali smisurata. Negli anni Settanta e Ottanta seguiva le gare di Coppa del mondo tramite la nostra televisione, che si poteva vedere senza problemi nell’area lombarda. Con lui rievochiamo non soli vecchi nomi dello sci elvetico, da Bernhard Russi a Rolland Collombin, da Walter Tresch a Heini Hemmi, senza scordare la Doris De Agostini o la Lise-Marie Morerod, ma anche i vecchi telecronisti della RSI: Paolo ricorda bene l’eleganza al microfono di Giuseppe Albertini e la competenza di Libano Zanolari, ma mi cita anche il nome di Tiziano Colotti, che di sci per la verità si era occupato poco o per nulla. Ma a Verdi non devono essere sfuggite nemmeno le partite di hockey dell’Ambrì e del Lugano…