Il 26 e 27 aprile 2026, nella straordinaria cornice della Dogana Veneta, torna la terza edizione di IRRESISTIBILE PIWI, l’evento che negli ultimi anni si è imposto come uno dei momenti più significativi dedicati alla viticoltura del futuro. Non una semplice manifestazione enologica, ma uno spazio di visione e confronto in cui il cambiamento smette di essere teoria e diventa esperienza concreta. A Lazise si parlerà di sostenibilità reale, innovazione genetica, adattamento climatico e qualità del vino. E lo si farà nel modo più diretto possibile: attraverso l’assaggio, il dialogo e il confronto tecnico.

Da anni ormai i cosiddetti PIWI, i vitigni resistenti, stanno attirando le attenzioni del mondo vitivinicolo. Ma di cosa parliamo esattamente quando ci riferiamo ai PIWI?

La sigla deriva dall’acronimo tedesco “Pilzwiderstandsfähige”, ovvero “resistenti ai funghi” e si tratta di varietà di vite ibride ottenute attraverso l’incrocio tra la vite europea (Vitis vinifera) e specie di vite selvatiche soprattutto americane, con l’obiettivo di ottenere piante naturalmente resistenti alle principali malattie fungine, in particolare la peronospora e l’oidio.

I principali vantaggi dei PIWI si possono riassumere nella riduzione drastica dei trattamenti fitosanitari (fino all’80% in meno rispetto alle varietà tradizionali), in un minore impatto ambientale (meno pesticidi nel suolo e nelle acque), in costi di produzione più bassi per il viticoltore e nella perfetta adattabilità ad una viticoltura biologica e sostenibile.

Inizialmente i vitigni PIWI erano considerati inferiori dal punto di vista qualitativo rispetto a quelli tradizionali, ma negli ultimi anni le selezioni più recenti hanno raggiunto livelli enologici molto elevati, soprattutto tra i vini bianchi, tanto da essere ammessi in molte denominazioni europee, inclusa la Svizzera, dove sono sempre più diffusi.

La Svizzera è tra i paesi pionieri nell’adozione dei PIWI, con varietà come Divico, Cabernet Jura, Solaris, Souvignier Gris e Sauvignac, tanto per citarne alcune, sviluppate anche da istituti di ricerca svizzeri come Agroscope.

Luca De Palma, uno degli enologi che organizzano l’evento, lavora in Ticino da Chiericati.

IRRESISTIBILE PIWI è ideato e guidato dagli enologi Luca De Palma (attivo in Svizzera presso la ditta Chiericati di Bellinzona) e Igor Bonvento, uniti dalla volontà di creare un luogo libero da pregiudizi, dove le varietà resistenti possano essere comprese per ciò che realmente sono. Dopo il successo delle prime due edizioni, la manifestazione è cresciuta attirando produttori, agronomi, consulenti, ricercatori e appassionati provenienti da tutta Italia e dall’estero. Il motivo è evidente: il tema non è marginale, ma centrale per il futuro del comparto. Qui il vino diventa strumento di riflessione. Le degustazioni si trasformano in occasioni di confronto. Le differenze territoriali diventano valore e non barriera. IRRESISTIBILE PIWI si configura così come una piattaforma dinamica, dove la tecnica incontra la divulgazione e dove la sostenibilità viene raccontata senza retorica.

Il 26 e 27 aprile 2026, a Lazise, il futuro della viticoltura sarà visibile, degustabile e discutibile. Perché il vino sta cambiando. E chi sceglie di esserci sceglie di far parte di questa trasformazione.

Una bottiglia di Scaviscià, vino ticinese della cantina Mondò di Sementina, a base di Sauvignac e Cabernet blanc affinati in botti di castagno.

Dove

DOGANA VENETA A LAZISE PROVINCIA DI VERONA
La Dogana Veneta è un celebre edificio del 1300 che sorge nella piazza principale di Lazise (Verona), a ridosso dell’antico porto e affacciata direttamente sulle rive del Lago di Garda.
La prestigiosa struttura di epoca Veneziana, era adibita a Dogana per il transito delle merci tra la Lombardia e la Repubblica di Venezia.
Oggi è divenuta sede di importanti Congressi, Meeting, Cene di Gala, Road show, nonché prestigiosi Matrimoni ed eventi culturali e mondani.

 

Orari di apertura

DOMENICA 26 DALLE 11.00 ALLE 20.00
LUNEDì 27 DALLE 10.00 ALLE 17.30

 

INFO

https://www.irresistibilepiwi.it/

 

Guarda ai mercati con incoming mirato e alle nuove tendenze con aree dedicate  la 58ª edizione di Vinitaly, il Salone internazionale dei vini e dei distillati, in programma a Veronafiere dal 12 al 15 aprile, che ha la capacità di mobilitare quasi 4 mila aziende del made in Italy enologico e quest’anno prevede format e contenuti rinnovati, oltre a un palinsesto di oltre 100 eventi ufficiali tra degustazioni e focus. Un appuntamento imperdibile per tutti gli amanti del vino.

“In uno scenario internazionale sempre più articolato, Vinitaly rafforza il proprio ruolo come motore dell’internazionalizzazione del vino italiano, grazie anche a un sistema di incoming altamente profilato che consente di intercettare domanda qualificata e di accompagnare le imprese verso nuove direttrici di sviluppo sui mercati esteri senza trascurare i consumi interni a cui dedichiamo una ricerca mirata – ha dichiarato il presidente di Veronafiere, Federico Bricolo -. Per questo, la manifestazione evolve in sintonia con i cambiamenti del mercato e con le esigenze delle aziende, proponendo strumenti, contenuti e occasioni di incontro sempre più mirati a sostenere la competitività del comparto. Il nostro obiettivo – ha concluso Bricolo – è offrire risposte strutturate al sistema vino, affiancando le imprese non solo sul piano commerciale ma anche sui temi strategici che ne determineranno il futuro”.

Sul fronte dei temi e dei format, Vinitaly 2026 amplia e diversifica ulteriormente la propria proposta, intercettando i trend emergenti e rafforzando l’integrazione tra filiere, contenuti e occasioni di business. Tra le principali novità, cresce il progetto dedicato ai No-Lo Alcohol con NoLo – Vinitaly Experience: la start up in collaborazione con Unione Italiana Vini debutta con una nuova collocazione espositiva (2° piano Palaexpo) e un calendario strutturato di degustazioni, masterclass e focus di mercato su un segmento in forte espansione. Si rinnova anche l’offerta sui distillati e la mixology con Xcellent Spirits: un’area dedicata (hall C) realizzata con Gang of Spirits, pensata per favorire la connessione tra il mondo del vino e quello dei distillati a livello internazionale.

Sempre più centrale il ruolo dell’enoturismo, con Vinitaly Tourism che si consolida, anche a livello espositivo, con un programma che copre tutti i giorni di manifestazione e rafforza il calendario di incontri b2b grazie a un incoming mirato di buyer e tour operator specializzati, affiancato da nuove formule esperienziali dedicate ai territori e alle cantine. Due i poli tematici del turismo del vino a Vinitaly: il primo realizzato da Veronafiere e Wine Tourism Hub in collaborazione con i partner Wine Suite, Wine Meridian e Winedering nella galleria tra i padiglioni 2 e 3 e il secondo firmato totalmente dalla fiera in Sala Vivaldi (Palexpo, piano-1) con quattro focus tra convegni, indagini e ricerche a cura del Movimento turismo del vino, Roberta Garibaldi (esperta di turismo,  docente di Tourism Management all’Università degli Studi di Bergamo), Unicredit-Nomisma Wine monitor e dall’Università degli studi di Verona e BAM Strategie culturali in collaborazione con ArtVerona. Spazio anche alla ristorazione con concept mirati e ampliati per celebrare la Cucina Italiana patrimonio culturale immateriale Unesco. Saranno presenti  chef stellati e giovani promesse internazionali.

 

 

Realtà ticinese di grande prestigio nel mondo del vino, Arvi, uno dei principali rivenditori svizzeri di vini pregiati e rari, è da sempre una società attenta a promuovere le grandi Maison e a costruire partnership solide con realtà che condividono la stessa passione per il vino e per l’arte dell’accoglienza.

Così, nella raffinata cornice dello Swiss Diamond Boutique Hotel La Romantica di Melide, ecco di recente l’azienda organizzare un evento esclusivo dedicato alla Maison Champagne Barons de Rothschild, della quale è importatrice diretta, con una serie di ospiti selezionati e appassionati del mondo del vino che hanno potuto immergersi nella filosofia Rothschild grazie alla masterclass condotta da Bastien Mariani, direttore commerciale del produttore francese.

Protagoniste indiscusse della masterclass, le bottiglie di “Le Grand Clos”, cuvée simbolo dello stile della Maison.
Il momento centrale dell’evento è stato però la cerimonia di consegna delle targhe Brand Ambassador Champagne Barons de Rothschild a due realtà che interpretano con coerenza i valori del brand: lo Swiss Diamond Boutique Hotel La Romantica, rappresentato dal direttore Canio Sabia, e lo Swiss Diamond Hotel Vico Morcote, rappresentato dal sommelier Ivan Caprai.

«Abbiamo voluto questo evento per celebrare non solo la qualità dei nostri partner, ma anche l’impegno comune nel promuovere una cultura dell’ospitalità che valorizza il vino come esperienza» ha detto Paolo Cattaneo, presidente e fondatore di Arvi.

«Con la Maison Rothschild e con la famiglia Pacolli (proprietaria dei due Swiss Diamond, ndr) noi della famiglia Cattaneo condividiamo una visione fondata su tradizione, raffinatezza e relazioni costruite nel tempo. Siamo nel campo dell’eleganza e della perfezione, della qualità senza compromessi» ha aggiunto il patron di Arvi sottolineando che lo Champagne “è il vino della felicità e della meraviglia”.

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Se è vero che la fortuna aiuta gli audaci, allora i cinquanta viticoltori del Bellinzonese che hanno preso parte alla tradizionale gita sociale della Federviti regionale presieduta da Mirto Ferretti possono davvero ritenersi tali, considerato che si sono ritagliati due giorni di splendido sole – sabato 30 e domenica 31 agosto – incastonati tra la pioggia e il grigiore dei giorni che hanno preceduto e seguito la gita.
Si va alla scoperta di alcune realtà vitivinicole importanti, tutto sommato ad un tiro di schioppo da noi: a Monleale, non lontano da Tortona, un lembo di terra incastonato tra il Monferrato e l’Oltrepò, facciamo la conoscenza con il Timorasso rilanciato da Walter Massa; a Boca, nell’alto Piemonte, in provincia di Novara tra la Valsesia e il lago d’Orta, incontriamo Christoph Künzli, uno svizzero che ha contribuito non poco a rilanciare la DOC di quel comune, dove il vitigno principe è il Nebbiolo.

Tra i due appuntamenti, nel corso della cena di sabato sera all’Agriturismo Mulino Taverna di Cilavegna, in Lomellina, bella degustazione un po’ a sorpresa di vini dell’Oltrepò e dell’Azienda Bruno Verdi, con la presenza del titolare Paolo Verdi e della sua gentil consorte.
Quando si parte da Castione e Giubiasco il mattino di buon’ora (ma non troppo…), il cielo è ancora grigio e qualche scroscio di pioggia batte contro i finestrini del torpedone. Più giù, in Lombardia, le nubi si diradano e il sole ci illumina quando dopo due ore e mezza di viaggio saliamo la collina di Monleale per prendere posto sulla soglia del magnifico anfiteatro che caratterizza una parte dei vigneti dell’azienda diretta da Walter Massa (vignetimassa.com)

Filippo Alutto, della nuova generazione della Vigneti Massa a Monleale © Comclaris

Ad accoglierci, il nipote Filippo Alutto, che con il fratello sta assicurando la transizione dalla vecchia alla nuova generazione.
Se Walter è considerato un personaggio istrionico, Filippo sembra aver imparato bene l’arte dello zio e la sua conduzione della degustazione con le spiegazioni relative alla filosofia e alla storia dell’azienda sono state divertenti ed esaustive. Walter passa per un saluto veloce, siamo in vendemmia, ci sono molti impegni, ma l’impressione è che voglia soprattutto lasciare il palcoscenico alla nuova generazione. Lui non ha più bisogno di consensi.

Walter Massa © Comclaris

È il padre del Timorasso, vitigno che sembrava destinato alla sparizione e che ha rilanciato a partire dagli anni Ottanta, a volte disobbedendo, estirpando vigneti e impiantandone altri, praticando il diradamento dell’uva, scoprendo che il Timorasso vinificato poteva risultare piacevole e vincente solo dopo aver riposato a lungo in cantina. Ha condiviso il suo progetto con altri viticoltori della zona, non è mai stato geloso delle sue pratiche e delle sue scoperte, ha capito che il successo di un vino si ottiene con l’unione delle forze, la determinazione e la condivisione delle esperienze. Timorasso e Barbera di ottima qualità nei calici dei partecipanti (Piccolo Derthona; Derthona; Monleale e Sentieri le etichette degustate), pranzo in loco e rientro su Vigevano, dove l’Hotel del Parco è stato il nostro quartier generale per la notte.
Prima della cena però, come non dare un’occhiata ad una delle piazze più belle d’Italia, Piazza Ducale voluta sul finire del Quattrocento da Ludovico il Moro, splendido complesso scenografico rinascimentale che coi suoi portici introduce al magnifico castello sforzesco, con la sua strada coperta, la torre del Bramante, i cortili, le residenze signorili, le enormi scuderie dei cavalli.

Una veduta di Piazza Ducale a Vigevano © Comclaris

La cena al Mulino Taverna di Giuditta Banfi a Cilavegna è andata un po’ per le lunghe, ma il cibo era buono, l’atmosfera elegante, l’ambiente che ha coinvolto i partecipanti rilassato e divertente.
Paolo Verdi, produttore dell’Oltrepò e titolare di una storica azienda vitivinicola (https://www.brunoverdi.it/), ha presentato i suoi vini, partendo da un classico della zona: uno spumante a base di Pinot Nero, Chardonnay e Pinot Meunier, il Vergomberra, un metodo classico elegante dalla lunga permanenza sui lieviti che nel 2025 si è visto riconoscere i tre bicchieri dalla Guida del Gambero Rosso. Riesling renano, Bonarda frizzante (Croatina), Buttafuoco (Croatina, Barbera, Uva Rara, Ughetta di Canneto) e un Moscato sul classico Bonet hanno dato un tono alla serata.

Paolo Verdi e il presidente della Federviti di Bellinzona e Mesolcina Mirto Ferretti.
© Comclaris

Dal confortevole e moderno Hotel del Parco di Vigevano verso Boca la strada risale in direzione Nord per un’oretta abbondante. L’incontro previsto domenica con Christoph Künzli è un altro di quelli che lascia il segno. Questo mancato ingegnere edile zurighese si è ritrovato travolto dalla sua passione per i vini, è diventato importatore in Svizzera e girando il mondo si è imbattuto in un vecchio produttore di Boca, Antonio Cerri, dal quale ha rilevato la proprietà all’inizio degli anni ’90.
Bellissima la storia di Boca, dei suoi vigneti che un tempo lontano erano l’unica area vignata pregiata d’Italia; che ha messo il suo vino nelle bottiglie di vetro quando ancora nessuno lo faceva, mandandole e facendole conoscere in tutto il mondo; che dagli anni Cinquanta ha visto il bosco divorare i vigneti abbandonati dai contadini che lasciavano la campagna attratti da un lavoro e da un reddito sicuri nelle fabbriche sorte nella regione (da 40 mila ettari di vigna ai 700 di oggi).

Christoph Künzli
© Comclaris

Christoph ha capito il valore del territorio, ha recuperato terreni incolti, ha disboscato e impiantato vigne, ha ridato gloria e vigore al Nebbiolo che nel frattempo si era imposto nelle Langhe, ha contribuito in maniera importante a rilanciare la DOC di Boca.
Oggi la sua azienda Le Piane è un faro della regione, i suoi vini sono stati pluripremiati e in cantina Christoph custodisce un tesoro di vecchie etichette che rappresentano la memoria dell’azienda, risalendo persino alla produzione del vecchio Cerri.
Nebbiolo, Croatina (vinificata anche in purezza, ma non come la Bonarda), Vespolina e altre qualità autoctone sono i cavalli di battaglia dell’azienda, che con l’Erbaluce produce anche un vino bianco molto aromatico e minerale.
Dopo una degustazione che ha permesso ai partecipanti di scoprire quasi tutte le etichette prodotte a Le Piane, prima del ritorno in Ticino pranzo delizioso a base di prodotti regionali presso il ristorante Il Vigneto di Gattinara, a conclusione di una due giorni davvero interessante e caratterizzata da tanta armonia e simpatia.

 

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Addentrarsi d’autunno nei Colli Euganei, percorrendo strade a tratti un po’ tortuose, è un’avventura che ti cattura e ti ammalia.

Andiamo alla ricerca di una declinazione nuova del Moscato Giallo, un vitigno un po’ trascurato, conosciuto come il vino delle torte e dei dessert, cosa che fa arrabbiare moltissimo Elisa Dilavanzo, una storia personale tutta da raccontare e una passione per il vino e per la sua terra che, grazie alla sua grande tenacia, le ha permesso di realizzare a Baone, nel cuore del Parco dei Colli Euganei, il regno di Maeli.

Arrivando da Padova te li trovi lì quasi inaspettatamente, i Colli, dopo aver attraversato una pianura veneta che sembra infinita: sono “coni” imponenti, che a novembre si colorano di un rosso tendente all’arancio e all’ocra; nascondono borghi pittoreschi, suggestivi paesaggi naturali, ville e castelli che raccontano storie importanti. E vigneti avvinghiati alle colline, che stanno per affrontare il meritato letargo dopo la vendemmia.

Queste geometrie sono state modellate da fenomeni vulcanici risalenti a oltre 40 milioni di anni fa: lo sguardo da una parte si staglia sulle Dolomiti, dall’altra sulla Laguna di Venezia. Uno spettacolo.

Il Moscato Giallo qui è di casa: è un vitigno che ormai si può definire autoctono, anche se le sue origini sembrano siriane ed è arrivato nel nord-est dell’Italia probabilmente grazie ai mercanti veneziani. Vitigno aromatico, nei Colli è vinificato soprattutto come spumante dolce o passito e viene chiamato Fior d’Arancio.

Ma è il momento di far entrare in gioco Elisa e il mondo di Maeli, che è il nome di una cantina attenta all’identità del territorio e dunque anche alle potenzialità del Moscato Giallo, il quale nasce e si sviluppa su terreni di antichissime origini vulcaniche, ricchi di trachite, calcare e argilla mescolati a strati di marna e di limo. Ecco, da dove salta fuori il nome della cantina: Ma da marna e Li, da limo.

“Fin da quando mi sono avvicinata al mondo del vino e ho imparato a conoscerlo, ho sempre pensato che il Moscato Giallo fosse un vitigno sottovalutato. Spesso nei commenti di chi lo assaggiava ho sentito che fosse un vino interessante solo per accompagnare i dolci, adatto alle donne e addirittura perfetto per chi non capisce nulla di vini. Non ero e non sono per nulla d’accordo: trovo che questo vitigno, crescendo su un territorio come quello dei Colli, abbia una sua importanza, dia un vino profondo, complesso, elegante e minerale, addirittura capace di invecchiare bene” attacca Elisa.

Lei è una donna tenace, che non solo insegue i suoi sogni, ma li realizza. Maeli è una sua creatura, risponde ad una sua esigenza di valorizzare la terra dov’è nata, ma al mondo dei vini Elisa Dilavanzo ci arriva per gradi, dopo essere stata finalista del concorso di Miss Italia nel 1997 e dopo aver lavorato nel mondo del giornalismo e della televisione in particolare.

“A quel tempo viaggiavo molto e ciò mi ha permesso di sviluppare la conoscenza del mondo dell’enogastronomia ed appassionarmi ai vini. Mi sono diplomata come sommelier e ad un certo punto ho capito che il mondo della televisione non era quello più adatto a me. Così ho lasciato la tivù per andare a vendere vino (francese, ndr), con mia mamma che mi ha consigliato di farmi visitare da uno psicologo…”.

Un giorno Elisa bussa alla porta di un grande albergo di Abano e dopo una lunga attesa riesce a farsi accogliere dal direttore, che incanta parlandogli di Borgogna e Champagne. “Guardi che io sono astemio, di vino non capisco nulla” gli risponde il suo interlocutore, che vedendola appassionata e competente, le propone però di occuparsi personalmente del recupero e della valorizzazione di alcune vecchie vigne che ha comprato sui Colli. Scommessa accettata, Elisa si rimbocca le maniche, va sul terreno, ricorda giornate intere trascorse ad estirpare rovi ed erbacce.

Parte Maeli, ma il proprietario ben presto vuol vendere ed allora Elisa (“Non avevo i soldi per comprare”) si ricorda di aver conosciuto qualche anno prima Gianluca Bisol, proprietario della grande azienda produttrice di Prosecco a Valdobbiadene: lo chiama, gli spiega il progetto, lo convince a diventare socio dell’azienda che a questo punto passa di mano. Il regno di Maeli ha una sua regina, il progetto di valorizzazione del Moscato Giallo può proseguire e svilupparsi ulteriormente.

“Sono sempre stata convinta che la vocazione agricola, i terreni di origine vulcanica e la biodiversità di questo territorio potessero regalare ai vini peculiarità uniche. È così che ho deciso di puntare in primis sul Moscato Giallo, vitigno ingiustamente sottostimato, e successivamente sul Carmenere, coltivato sin dal 1830 nei Colli Euganei e protagonista dei vini rossi Maeli in taglio bordolese” racconta Elisa.

Maeli è l’unica cantina al mondo a produrre il Moscato Giallo in cinque declinazioni differenti, lavorandolo attraverso pratiche agronomiche ed enologiche sostenibili e rispettose della natura. Dal 2020 infatti, i vini prodotti da Elisa sono certificati bio. Le versioni sono quelle del “tradizionale” spumante dolce, al quale si associano un metodo classico brut nature, un vino frizzante imbottigliato coi propri lieviti e rifermentato in bottiglia secondo il metodo ancestrale, un vino fermo secco e un passito.

Due vini, fra i bianchi, hanno attirato in particolare la nostra attenzione: il “Dilà”, ossia la versione bollicine brut del Moscato Giallo vinificato seguendo il metodo classico, e il “Bianco Infinito”, che invece è un Moscato Giallo secco, affinato in acciaio per 18 mesi.

Il primo è caratterizzato da un perlage di bollicine molto fini e persistenti, è un vino elegante, dalla forte espressione minerale che si sviluppa dopo un attacco floreale e fruttato, con accenti di frutta esotica. Il secondo è morbido all’approccio, con note di frutta gialla, di pesca e un’acidità ben bilanciata.

Non possiamo finire senza un accenno anche ai rossi prodotti a Maeli che, come detto, sono di taglio bordolese e dunque vedono protagonisti Merlot e Cabernet Sauvignon, ma in combutta col Carmenere, un antico vitigno che dà colore e struttura ai vini e viene utilizzato in proporzioni diverse a dipendenza dell’etichetta. “Rosso Infinito” e “D+” sono vini che esprimono potenza, aromaticità e note fruttate di rara eleganza, adatti all’invecchiamento e all’abbinamento con pietanze ben strutturate.

I vini ticinesi della nuova annata viaggiano in treno, un treno davvero speciale, il Prestige Continental Express, che a prima vista ricorda i tempi gloriosi d’inizio del secolo scorso.

Vini bianchi, rosati e alcuni spumanti che non abbisognano di una lunga maturazione sui lieviti ti sorprendono con loro freschezza, i sentori di frutta, il profumo floreale, un buon tenore di acidità e sono bell’e pronti per essere messi sul mercato e aggiungere un tocco di classe alla tavola del consumatore. Delizieranno i nostri aperitivi all’aperto, daranno tono alle nostre serate estive.

L’ha confermato una degustazione organizzata da Ticinowine, che in collaborazione con il partner storico Rapelli, in coincidenza con l’inizio della primavera ha coinvolto una quindicina di produttori di vino del nostro cantone e ha promosso un romantico viaggio in treno da Lugano a Giornico con ritorno a Locarno.

Il Prestige Continental Express si è proposto come un palcoscenico ideale, con le sue eleganti carrozze, denominate Le Salon Bleu, Le Rubis Noir e Le Diamant Bar, un tempo già in uso come vagone ristorante e che nel 1999 hanno ritrovato il servizio grazie ad una paziente opera di restyling ispirata al leggendario Orient Express. Oggi questo treno speciale si presta perfettamente per delle trasferte che permettono un servizio gastronomico di alto livello, addirittura accompagnato da un pianista che esegue musica dal vivo nel Diamant Bar.

La presentazione dei vini bianchi, rosati e degli spumanti organizzata da Ticinowine ha raccolto l’adesione di giornalisti del settore, operatori dell’enogastronomia e sommelier professionisti che si sono lasciati viziare nel corso di una giornata che da un lato ha avuto la capacità di evidenziare l’ottima qualità di una produzione non più secondaria rispetto a quella dei vini rossi, dall’altro quella di mettere direttamente in relazione i produttori con numerosi attori principali del mercato.

Il treno speciale, partito dal binario 3 della stazione ferroviaria di Lugano, attraverso la vecchia linea del Ceneri si è spinto sino a Giornico, dove i partecipanti hanno potuto continuare la degustazione accompagnando una deliziosa fondue di formaggio del Caseificio del Gottardo, servita presso lo splendido Museo di Leventina.

Una passeggiata attraverso i magnifici ponti in pietra che collegano alla terraferma l’unica isola abitata sul fiume Ticino prima del Verbano, ha riportato gli ospiti al treno speciale. Sulla via del ritorno ad ergersi protagonisti sono stati soprattutto gli spumanti, ottimi compagni di un assaggio della colomba pasquale. Bianchi, rosati e spumanti ticinesi hanno superato appieno l’esame, raccogliendo grandi consensi e offrendosi come una valida alternativa, o come complemento, alla bottiglia di vino rosso.
Oltre al direttore di Ticinowine Andrea Conconi e al presidente della stessa associazione Uberto Valsangiacomo, prima uscita ufficiale per la neonominata Maria Grazia Carbone, che dal prossimo autunno subentrerà a Conconi nella direzione di Ticinowine.

La neo direttrice di Ticinowine Maria Grazia Carbone con l’attuale direttore Andrea Conconi

Una delle ultime invenzioni di Angelo Delea, il vulcanico produttore di vini locarnese, si chiama Blank Angel e nel nome in fondo è già raccolto il segreto di questo vino… Sennonché, ammesso che Blank stia a significare “bianco” e Angel richiami il nome del suo “inventore”, il segreto sta nel fatto che il Blank Angel sia in realtà una novità mondiale, ossia un Merlot bianco, ma non il classico bianco ottenuto da bacca rossa, ossia dal vitigno Merlot tradizionale. Qui Delea si è superato, mettendo a punto dopo anni di ricerca un autentico Merlot bianco.

“Sì, siamo di fronte ad una grande novità – spiega Angelo Delea – perché questo vino è il risultato di una mia ricerca ostinata di proporre qualcosa di diverso con un Merlot. Ma quale Merlot? Quello vinificato in bianco lo facciamo tutti… Io ho scoperto che esisteva questo ceppo di uva bianca di Merlot in Francia e ho fatto svolgere delle ricerche dal mio fornitore di barbatelle e dopo anni l’abbiamo trovato. Nel 2017 è partito il lavoro, che consisteva nel rigenerare delle piantine con delle marze. Ne ho ricevute 50 che ho messo a dimora, poi altre 200: tutto il lavoro viene svolto in Francia e finalmente nel 2022 siamo riusciti a produrre un po’ di questo vino, un Merlot di bacca bianca particolarissimo”.

In sostanza, grazie alla collaborazione con questo fornitore francese di barbatelle, è stato possibile studiare e selezionare una varietà di viti completamente nuova per i vigneti di Delea, incrociando una “Folle Blanche” (vitigno tipico delle zone di produzione del Cognac e dell’Armagnac) col Merlot Noir, il che rende il Blank Angel un vino veramente unico.

“Non si tratta di un vino aromatico, non è un Sauvignon o uno Chardonnay – spiega Angelo Delea – ma delle sue caratteristiche peculiari molto interessanti, già per il fatto che è un vino unico. Credo infatti di essere il solo a produttore a coltivare questo vitigno. Ho voluto marcare con la kappa finale il nome di blanc proprio per l’unicità di questo vino, che viene affinato in barriques già usate perché non vogliamo dare un’impronta legnosa. Vogliamo infatti che questo vino abbia una maturazione lenta e un carattere particolare, con dei leggeri aromi di finocchietto, di legno morbido, un vino piacevole, da aperitivo e pesce di lago”.

Il vigneto che ospita questa varietà di Merlot bianco sorge a Quartino su un appezzamento collinare rivolto verso il Lago Maggiore e conta circa 4’000 ceppi.

Si tratta di un vino con una buona struttura e un’acidità importante, data sicuramente dalla Folle Blanche; ha un carattere fresco e sapido, con note di bergamotto e fiori bianchi all’olfatto. Un bianco complesso, che si abbina non solo al pesce, ma ad una grande varietà di piatti tra i quali anche antipasti e verdure.

“Castégna” e “Scaviscià”: il già ricco patrimonio vinicolo ticinese si arricchisce di due nuove etichette, prodotte da una sinergia maturata tra l’azienda Mondò di Sementina e la Castagnostyle di Sigirino. La partnership tra le due aziende è stata favorita dall’amicizia profonda che lega i due titolari, Giorgio Rossi dell’azienda Mondò (nella foto) che produce da anni grandi vini, e Stefano Jorio, che essendo ingegnere forestale si occupa invece di legname e particolarmente dell’albero più rappresentativo della nostra civiltà, il castagno.

Dal loro sodalizio prima o poi non poteva che nascere un vino particolare, legato in tutto e per tutto al nostro territorio. È risaputo che il vino migliore viene affinato in botti di legno, ma generalmente si parla di botti di rovere anche quando ci si riferisce a contenitori di origine locale. Qui invece le botti utilizzate per la maturazione del vino sono state prodotte con un ticinesissimo castagno.

Ecco allora il rosso “Castégna”, un Merlot in purezza in stile classico, invecchiato per un anno in barrique da 225 litri, e il bianco “Scaviscià” – esemplare espressione dialettale che riassume il gesto di estrarre la castagna dal riccio con un attrezzo di legno – prodotto con due vitigni interspecifici a bacca bianca, il Sauvignac e il Cabernet Blanc, assemblati e lasciati maturare per sei mesi in una botte grande da 500 litri.

L’affinamento in botti di castagno ha dato nobiltà ad entrambi i vini, ha messo in risalto le peculiarità classiche dei vitigni, ne ha moltiplicato i profumi e ingentilito gli aromi.

“Tutto nasce dall’amicizia che mi lega a Stefano fin dai tempi della scuola reclute – racconta Giorgio Rossi. Su fronti differenti, entrambi ci siamo trovati ad operare sul territorio ticinese creando prodotti legati alla natura. Forse non riflettiamo mai abbastanza sulla ricchezza del nostro territorio e sulle opportunità che ci offre. L’idea di creare qualcosa in comune frullava da un po’ nelle nostre teste, ma è stato necessario un po’ di tempo per arrivare alla meta: il sodalizio tra vino locale e botti prodotte col nostro legno di castagno in fondo era lo sbocco naturale al quale approdare dopo le nostre riflessioni, un modo per unire due mondi apparentemente distanti, ma uniti da radici comuni”.

L’elegante imballaggio e le due etichette dei vini sono stati messi a punto dopo un concorso di idee promosso dalle aziende produttrici, le quali per la commercializzazione hanno scelto non la classica bottiglia da 75 cl, bensì un formato più grande, una magnum da 1,5 litri che consente di ulteriormente valorizzare un prodotto di assoluta qualità.

“Abbiamo scelto questo formato perché al momento abbiamo optato per una piccola produzione, qualcosa di un po’ esclusivo, insomma, e infatti ogni bottiglia è numerata” commenta Giorgio Rossi, che ci tiene anche a sottolineare come l’utilizzazione di botti in castagno sia una sorta di recupero della tradizione.

“In passato quasi tutti i vini prodotti in Ticino erano infatti conservati fino all’imbottigliamento in barili di castagno, perché era il legno più accessibile e più affidabile. Noi in fondo non abbiamo inventato nulla, abbiamo solo ridato vita ad una vecchia consuetudine della quale non rivendichiamo nemmeno l’esclusiva, dato che qualche anno fa anche il collega Gianfranco Chiesa della Vini Rovio aveva fatto degli esperimenti in questo senso”.

Il concorso di idee per la definizione dell’imballaggio e delle etichette, indetto dai promotori la scorsa primavera, ha visto la partecipazione di una decina di interessati. Tra i lavori presentati, la giuria ha deciso di premiare la proposta elaborata da Massimo Prandi, caratterizzata da una grafica essenziale e lineare, rappresentativa della complessità del prodotto, della convergenza tra i materiali utilizzati, delle persone che hanno immaginato questa proposta, del loro lavoro e della loro amicizia. Etichette e imballaggio sono caratterizzati da una forte riduzione degli elementi grafici, ciò che è stato apprezzato particolarmente dalla giuria.

Quello della cantina Mondò e di Castagnostyle rappresenta una sorta di esperimento, il cui esito è stato accolto positivamente sia dai promotori, sia dalla clientela.

“Pensando alla qualità dei vini, possiamo parlare di sorpresa: mi aspettavo un prodotto un po’ rustico; invece, sono usciti un rosso e un bianco eleganti, che portano in dote una bella finezza. Il castagno, coi suoi tannini importanti, è riuscito a conferire al vino una bella freschezza. Il bianco poi è davvero speciale: abbiamo scelto delle varietà interspecifiche per produrre un vino sostenibile, ma questo genere di vitigni a volte ha delle note vegetali pronunciate che necessitano di una buona ossigenazione per essere contenute. In questo senso, il legno di castagno ha svolto un ottimo lavoro e infatti dopo questo primo esperimento pensiamo di riproporre in futuro gli stessi vini, magari con quantità maggiori” conclude Rossi.