MARSALA – Quando scende la sera, il sole caldo che tramonta sulla riserva naturale dello Stagnone manda riverberi dai colori pastello. Domina l’arancione, l’ambrato, l’atmosfera è calda, le onde del mare si muovono lente e cullano le barche dei pescatori, che galleggiano sullo sfondo delle bianche saline. Più in là un fenicottero spicca il volo, le pale dei mulini a vento roteano pigre.

Mentre sorseggio a dosi omeopatiche un bicchiere di Marsala, se chiudo gli occhi è questo paesaggio idilliaco che mi torna alla mente.

Tramonto sulla riserva naturale dello Stagnone: anche il regista Michelangelo Antonioni è rimasto ammaliato da questo paesaggio fiabesco.

Perché la riserva dello Stagnone è una delle porte d’ingresso della bellissima città siciliana che offre grandi momenti di barocco tra le sue strade e piazze, e dà il nome all’omonimo vino che quest’anno ha festeggiato i 250 anni dalla nascita. È alle spalle di questa riserva naturale che sorgono distese di vigneti di Grillo, Inzolia e Catarratto, dai quali si ricava l’uva necessaria a produrre un vino liquoroso che emoziona come un tramonto sullo Stagnone immortalato dal regista Michelangelo Antonioni.

In pieno centro a Marsala, Piazza della Repubblica

Diciamolo subito: il Marsala è un prodotto meraviglioso che però porta male i suoi anni ed è ormai più famoso per l’uso di cui se ne fa in cucina che non per i brividi caldi che induce quando lo si assaggia. Scaloppine al Marsala, pollo al Marsala, zabaione col Marsala… Una noia. Un torto reso ad un vino che nella sua storia ha avuto anche momenti di splendore, ma da qualche decennio fatica a riscuotere la considerazione che meriterebbe.

“L’occasione data dai festeggiamenti per i 250 anni del Marsala deve rappresentare un punto di svolta. L’anno scorso è stato ricostituito il Consorzio per la tutela di questo vino, noi produttori abbiamo capito e deciso che occorre lavorare insieme per rilanciarlo. Abbiamo due obiettivi, uno a livello di marketing per far conoscere ancora meglio, anche sul nostro territorio, come bere e abbinare il vino; l’altro è più tecnico: dobbiamo rivedere il disciplinare che è ormai obsoleto e troppo complicato, dato che prevede addirittura 29 tipi di Marsala” afferma Alexandra Curatolo Arini, discendente di una storica famiglia che produce Marsala, attiva in azienda come esperta di marketing e collaboratrice del Consorzio.

Alexandra Curatolo Arini

La storia del Marsala comincia nel 1773, quando il commerciante inglese John Woodhouse, in cerca di merci lungo le coste del Mediterraneo, con la sua nave finisce in mezzo ad una tempesta e cerca riparo nel porto della città che più tardi sarà resa famosa anche dallo sbarco dei Mille guidati da Garibaldi. Qui scopre il vino locale, chiamato Perpetuo, che gli piace tantissimo.

Woodhouse aveva lavorato in Portogallo e per ragioni professionali conosceva le abitudini degli inglesi e i mercati del Madeira, dello Sherry e del Porto. Non gli ci volle molto a capire che si trovava di fronte ad un autentico tesoro e così caricò la sua nave con trenta botti da 415 litri, nelle quali mischiò al Perpetuo dell’acquavite, esattamente come gli inglesi già facevano col Porto o lo Sherry. Per ingannare i connazionali, Woodhouse mandò il vino oltre la Manica con la denominazione Madera. Il successo fu immediato e talmente ampio, che le richieste andarono alle stelle: il Marsala inizialmente veniva venduto a Londra con la denominazione di “Sicily Madeira”. A fare le fortune di questo vino, commerciandolo in tutto il mondo, fu però una famiglia siciliana molto conosciuta, quella dei Florio, che nell’Ottocento fece sbarcare il Marsala in America, permettendogli di diventare l’ambasciatore del “made in Italy”.

“Per produrre il Marsala, che viene vinificato con uva a bacca bianca ma con la stessa tecnica utilizzata per la macerazione e la fermentazione dei vini rossi, la raccolta dei grappoli viene ritardata, ciò che consente di avere più zucchero negli acini e di conseguenza più tenore alcolico” spiega Alexandra Curatolo Arini.

Con uno spettro alcolico che varia da 15 a 22% vol., il Marsala è particolarmente versatile e si presta ad accompagnare bene differenti cibi.

“Ogni tipologia si caratterizza per una presenza più o meno importante di zucchero – spiega Alexandra. Se abbiamo un Marsala “secco” lo zucchero residuo sarà presente da 0 a 40 g per litro; nel caso del “semi-secco” siamo tra 40 e 100 g; col “dolce” superiamo infine i 100 grammi al litro. In qualsiasi caso, secondo il mio parere la temperatura di servizio deve essere sui 12 gradi”.

Il disciplinare prevede come detto tre tipologie “base”, alle quali si aggiungono due “riserve”. Il Marsala “Fine”, che possiamo considerare una sorta di vino d’entrata, invecchia un solo anno in botti di rovere o ciliegio. Nella sua versione dolce è protagonista nell’ambito della pasticceria.

La tipologia “Superiore” deve maturare per almeno due anni nella botte, è un vino che ha un bouquet più ampio rispetto al “fine” e può ottenere anche la denominazione “Riserva” se rimane nella botte per almeno quattro anni.

Infine, il Marsala “Vergine” rappresenta il top di gamma: deve invecchiare almeno 5 anni, minimo 10 per avvalersi della dicitura “Riserva”. Contrariamente alle altre due tipologie non subisce quella che viene definita la “concia”, ossia l’aggiunta di mosto cotto che serve a dare il colore ambrato, o della “mistella”, un mosto fresco con l’aggiunta di alcol per fortificare il vino. Potremmo ancora scrivere del metodo Soleras, utilizzato per produrre la tipologia “Vergine”, ma a questo punto siamo già presi da un capogiro e comprendiamo bene perché uno degli obiettivi del Consorzio sia semplificare il disciplinare.

Per quanto non sia facilissimo orientarsi tra le varie tipologie di questo vino, possiamo dire che un grande Marsala Vergine ha note di liquirizia, cannella, frutto caramellato, può essere mieloso, ma mai dolce e accompagna piatti importanti, anche di pesce. Per l’aperitivo preferite un Superiore secco, anche in versione “Riserva”, che con la sua struttura forte riuscirà ad esaltare anche i formaggi, soprattutto piccanti o erborinati. Per il dessert, specie con la pasticceria, un Superiore “dolce” andrà alla perfezione. Un consiglio finale? Assaggiate, gustate, scoprite. Non rimarrete delusi.

BERNA – Più di 560 rappresentanti della scena vitivinicola svizzera, politici, rappresentanti dei media e appassionati del mondo del vino si sono riuniti venerdì 6 ottobre 2023 al Kursaal di Berna, per celebrare la serata di gala del 16° Grand Prix du Vin Suisse, il più importante concorso enologico svizzero, organizzato congiuntamente dall’associazione VINEA e dalla rivista VINUM.

Quest’anno vi è stato un recordo di partecipazioni, con quasi 400 vini in più rispetto all’anno scorso, per un totale di 2.740 vini in concorso, suddivisi per diverse categorie.

Naturalmente una di queste categoria era quella dei Merlot e tra i sei migliori della Svizzera per il 2023 quattro erano ticinesi, con il Ronco 2020 prodotto dall’Azienda agraria cantonale di Mezzana vincitore assoluto. Non c’è stato però un podio tutto ticinese perché alle spalle del Ronco si sono classificati un Merlot vallesano, prodotto dalla cantina Kellerei Leukersonne di Susten (Merlot 2022 AOC Valais) e uno neocastellano (Merlot 2020 Vin de Pays Suisse) della cantina Grillette Domaine de Cressier a Cressier.

Abbiamo dato un’occhiata ai prezzi dei tre Merlot da podio: il Ronco costa 30.- franchi in cantina, l’AOC Valais classificatosi secondo  fr. 27.10 nello shop della cantina, quello neocastellano, che sul sito del produttore viene denominato Merlot Vernissage “Les Clous” è in vendita a 46.- franchi.

Nelle sei nomination del GP du Vin Suisse categoria Merlot figuravano anche tre altri ottimi vini prodotti in Ticino: il Quattromani 2021, una cooperazione Delea, Gialdi, Brivio e Tamborini; il Trentasei 2017, della Gialdi Vini SA di Mendrisio e il Merlot Riserva 2019, della Tenuta Vitivinicola Trapletti SA di Coldrerio.

Pure tra le nomination, ma non premiato, un vino prodotto dalla Fondazione Diamante Tre Valli di Biasca, che cura i vigneti, e dalla cantina Böscioro di Cugnasco (che effettua la vinificazione): in questo caso si parla di un Merlot vinificato in bianco, Insieme 2022, che ha avuto l’onore di accedere alla finale.

Evidentemente grande la soddisfazione di Nicola Caimi, enologo dell’Azienda agraria di Mezzana e “papà” del Ronco vincitore, e del direttore dell’Azienda Daniele Maffei.

“È un risultato che mi rallegra ma fondamentalmente non mi aspettavo, perché il 2o2o è stato un anno difficile. Mezzana è una scuola ed è molto importante ricevere un premio di questo genere, che gratifica sia gli sforzi che vengono fatti a livello di lavoro e di formazione, sia a livello di investimenti finanziari. Diciamo che valorizza un po’ tutto il nostro lavoro e conferma che lo facciamo bene”. afferma Nicola Caimi, che tra l’altro dirige i corsi di formazione di moltissimi vitivinificatori ticinesi, anche non professionisti.

“Il Ronco 2020 è un vino molto strutturato, profondo, carico. Abbiamo a che fare con una bella espressione del terreno argilloso, con degli spunti del Sud. È un vino che ha calore e rispecchia bene il nostro territorio” aggiunge Nicola.

La delegazione ticinese presente a Berna per la finale del GP du Vin Suisse

“Cerco di far passare la mia filosofia che vuole vini semplici, basilari. Questa nasce su una parcella dell’Azienda che contempla viti di più di 70 anni di età che trattiamo molto bene. La quantità del raccolo è limitata, le uve subiscono un leggero appassimento e la vinificazione avviene in modo del tutto tradizionale. Oggi in cantina non mancano macchine e prodotti di ogni tipo, ma noi cerchiamo di rispettare tempi e ritmi della natura. Quando si hanno buone uve e si trattano bene, non c’è bisogno d’altro per fare del buon vino” osserva da parte sua Daniele Maffei.

Tutti i risultati in dettaglio li trovate qui

 

Daniele Maffei, a sinistra, e Nicola Caimi dell’Azienda agraria cantonale di Mezzana

Sierre, città del sole e capitale del vino svizzero, ha ospita il Grand Prix du Vin Suisse (GPVS) 2023, nel corso dell’ultima settimana di luglio. La 17ma edizione dell’evento è stata un’occasione per mettere in mostra l’eccellenza del patrimonio vinicolo svizzero.

Il Grand Prix du Vin Suisse è molto più di un semplice concorso, è una vetrina per la competenza e la passione dei viticoltori svizzeri e offre anche opportunità per l’industria vinicola svizzera.
Dal 24 al 28 luglio, oltre 160 degustatori provenienti da tutta la Svizzera hanno assaggiato e valutato i 2.740 campioni proposti, che rappresentano la ricchezza e la diversità dei vini svizzeri. Le migliori annate dell’anno, in ciascuna delle 15 categorie giudicate, saranno premiate in occasione del “Gala del vino svizzero” che si terrà il 6 ottobre 2023 al Kursaal di Berna.
“Ogni degustatore porta il suo palato esperto e la sua profonda conoscenza delle sfumature che distinguono un buon vino da un grande vino. Il loro ruolo è cruciale, poiché valutano la ricchezza e la diversità dei vini svizzeri, assicurando che il GPVS metta davvero in luce il meglio della viticoltura nazionale”, spiega Fabienne Bruttin, direttrice dell’Associazione VINEA. Le degustazioni sono state supervisionate da Daniele Maffei, enologo ticinese e vicepresidente di VINEA.
Come ama dire il direttore di VINUM Nicolas Montemarano: “Il Grand Prix du Vin Suisse è riuscito a creare persone, volti e storie. E per capire l’anima di un vino, dobbiamo capire chi c’è dietro l’etichetta, la persona che ha creato il suo vino”.
I migliori vini saranno ora premiati in 15 categorie, Chardonnay e Syrah da quest’anno avranno una propria categoria e come sempre saranno assegnati dei premi speciali, come quello destinato alla “Cantina svizzera dell’anno”, la miglior vino bio, alla scoperta dell’anno e altri ancora. Novità del 2023, il premio destinato ad incoraggiare la prossima generazione di viticoltori, “Newcomer of the Year”.

I risultati saranno proclamati entro la metà di agosto quando sapremo quanti vini ticinesi accederanno alla finale, la premiazione avverrà durante una serata di gala a Berna il 6 ottobre, durante la quale tra i sei nominati saranno resi noti i migliori vini di ogni categoria.

Nell’autunno/inverno 2024 la famiglia IGNIV si allargherà: Andreas Caminada aprirà uno sharing restaurant nel nuovo quartiere di Andermatt Reuss. Grazie all’apertura di “IGNIV by Andreas Caminada”, Andermatt conquista un altro fiore all’occhiello e si trasforma in un hotspot gastronomico alpino d’eccellenza. Ad Andermatt Reuss, Andermatt Swiss Alps AG sta progettando la realizzazione di un distretto commerciale e gastronomico sulla Furkagasse, il cui completamento è previsto entro la fine del 2024.

Il principale gestore sarà il ristoratore e chef tristellato del Cantone dei Grigioni, Andreas Caminada, che porterà ad Andermatt il suo concept IGNIV, aggiungendo un altro fiore all’occhiello al già eccellente panorama culinario di Andermatt. “Andermatt sta diventando una destinazione davvero attraente per lo stile di vita alpino e per le esperienze straordinarie che offre. Siamo particolarmente lieti di contribuire a questo risultato con la nostra Fine Dining Sharing Experience, esperienza di alta cucina condivisa, aprendo un nuovo IGNIV”, rivela Andreas Caminada. Raphael Krucker, CEO di Andermatt Swiss Alps aggiunge: “Andreas Caminada è perfetto per Andermatt. Combina l’alta cucina innovativa con l’ospitalità. Esperienza e collettività rimangono per lui gli aspetti più importanti, così come lo sono per Andermatt Swiss Alps”.

Il nuovo “IGNIV” celebra un concept oramai collaudato. Il nome retoromanzo che significa “nido” è sinonimo di momenti di relax e benessere con la famiglia e con gli amici e indica un menù variegato che viene servito al centro tavola per essere condiviso. La cucina contemporanea trae spunto dalla filosofia culinaria di Andreas Caminada: ispirandosi all’universo dei sapori, gli chef di IGNIV creano piatti fantasiosi da condividere, tradizionali e cosmopoliti allo stesso tempo. Con circa 60 posti a sedere nell’area fine-dining e nel bar, il nuovo ristorante rimarrà aperto all’ora di cena sette giorni su sette durante l’alta stagione, mentre per il resto dell’anno cinque giorni alla settimana. Elemento fondamentale dell’esperienza IGNIV è l’ambiente interno, ricreato dalla designer d’interni Patricia Urquiola partendo dall’immagine del nido e conferendo a ogni ambiente gourmet il proprio tratto distintivo. Ad Andermatt, Patricia Urquiola per la prima volta non progetterà soltanto il ristorante, ma si occuperà anche dell’interior design di 17 appartamenti di lusso, dei quali tre appartamenti con soppalco da 3 locali più servizi e 14 appartamenti da 3 locali più servizi.

L’inizio dei lavori di costruzione del palazzo è previsto per il mese di agosto 2023. In quell’occasione sarà annunciato anche il nome del palazzo stesso. Ogni edificio di Andermatt Reuss ha una propria struttura architettonica e un design interno personalizzato.

È partito questa mattina da Giubiasco, dalla sede della CAGI, per andare alla conquista della Svizzera: è il Ticinowine Tour, che ha raccolto l’adesione di una quindicina di partecipanti e per tutta la settimana si sposterà toccando cinque città confederate: Lucerna questa sera, 6 marzo, poi nell’ordine Sciaffusa, Soletta, Friburgo e per finire, venerdì, Thun. La selezione delle tappe del tour è avvenuta con l’intento di evitare espressamente le grandi città, spesso sovraccariche di eventi

Lo scopo dell’uscita, che frullava da un po’ nella mente di Ticinowine, è naturalmente quello di farsi conoscere dall’altra parte del San Gottardo, di portare la produzione vitivinicola ticinese in città importanti anche da un punto di vista turistico, di far conoscere dal vivo i nostri produttori, che partecipano all’uscita e potranno avere un contatto diretto col pubblico. Una quindicina le cantine che hanno aderito al progetto, il quale evidentemente non nasce dal nulla: Ticinowine ha organizzato meticolosamente ogni appuntamento, cercando di coinvolgere le persone del posto che amano il vino e diffondono la cultura del vino. Prima ancora di partire, le adesioni alle degustazioni promosse dal Ticinowine Tour raccoglievano tra 100 e 150 persone a serata. L’iniziativa, ha detto il direttore di Ticinowine Andrea Conconi, è stata possibile grazie anche al maggior sostegno economico di cui godrà quest’anno l’ente che si occupa di promuovere i vini ticinesi, grazie alle decisioni dell’Assemblea federale dello scorso anno.

Il Ticino vitivinicolo porterà oltre Gottardo la sua immagine di cantone legato alla produzione del Merlot, con vini di grande qualità, destinati a conquistare un pubblico sempre più competente. Il 57% del vino ticinese è venduto oltre Gottardo, in particolare nei cantoni germanofili.

Per valorizzare al meglio il nostro territorio e le sue prelibatezze enogastronomiche, le aziende viticole non viaggeranno da sole, ma saranno accompagnate dalla ditta Rapelli con salumi della Bottega di Mario e presenteranno anche alcuni formaggi DOP dei nostri alpeggi,
gentilmente messi a disposizione dall’associazione STEA.
Il gran finale è previsto venerdì 10 marzo a Thun, dove si concluderà il 1° Ticinowine Tour: sarà organizzata una serata con musica dal vivo, durante la quale sarà servito un risotto preparato dallo chef della Corte del vino Ticino, Fabio Spina.

 

 

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Artista, uomo profondamente legato al territorio in cui ha scelto di vivere (la Toscana), grande produttore di vini e abilissimo comunicatore, Bibi Graetz quando si parla di vino è capace di trasformare qualsiasi momento in un grande evento.

Succede anche per il battesimo della nuova annata di Testamatta e Colore, le due etichette di alto livello della cantina di Fiesole. Sboccia l’edizione 2020, che si annuncia come una grande annata. Grande? Ma no, non basta. La più grande di sempre afferma Bibi Graetz con un largo sorriso, la carica emotiva contagiosa, l’entusiasmo straripante di chi sa di avere tra le mani un tesoro.

Il produttore, Bibi Graetz

“Il 2020 è l’anno del destino. È un po’ come quando tutte le stelle e i pianeti sono allineati. Grazie a tre fattori, un’annata potente, la freschezza regalata dalla nuova vigna di Olmo che si situa a 420 metri di altezza sul livello del mare, e la nuova cantina di Fiesole, credo che in questa annata abbiamo realizzato il miglior Colore e il miglior Testamatta di sempre. Il 2020 è stato un anno caratterizzato da un ottimo clima, che ha regalato grappoli perfettamente maturi, potenti e armoniosi. L’apporto del nuovo vigneto è stato importante: si avverte la freschezza, data un’ottima esposizione e da una buonissima ventilazione. Da ultimo, la nuova cantina, ampia, comoda, tecnologicamente all’avanguardia, che ci ha facilitato il lavoro. Persino la pandemia ha giocato un ruolo, regalandoci la quiete, che è un elemento importante per la lavorazione della vigna e del vino. Credo che abbiamo realizzato dei vini con una tensione perfetta e vivace che si combinano armonicamente con la potenza dell’annata” racconta il produttore che con le sue etichette ha conquistato in pochi anni il mondo degli esperti del vino.

Colore esprime il massimo del potenziale della produzione di Graetz: 100% Sangiovese, nasce da ceppi vecchi di oltre settant’anni, è figlio di quattro vigneti posti in altrettante località della Toscana, la vendemmia avviene addirittura sfruttando otto passaggi per poter raggiungere la massima qualità, l’invecchiamento avviene in barriques in parte nuove ma in maggioranza già utilizzate in precedenza, il mosto viene assemblato dopo aver trascorso almeno 20 mesi in botti separate.

L’annata 2020 promette meraviglie, ma naturalmente non è da bere adesso. Bisognerà attendere con pazienza che la grande concentrazione di aromi maturi per esprimere tutto il suo enorme potenziale, ma stiamo parlando di un vino fine ed elegante, capace di sorprenderci con la sua evoluzione.

Anche il Testamatta è un Sangiovese in purezza. Le vigne da cui proviene sono più giovani e crescono su un suolo caratterizzato dalla presenza di pietra, ciò che regala un vino capace di esprimere una buona mineralità. L’annata 2020, che rilascia sentori di fragola e vaniglia, secondo noi è ancora un po’ imbavagliata e chiusa. Aromi asprigni per intanto prevalgono un po’ sull’armonia e sull’equilibrio di un vino che si annuncia fresco ed “leggero”.

Porsche e il Merlot del Ticino: un abbinamento tra l’eccellenza della meccanica e quella dell’enologia, soprattutto se ad andare a braccetto sono il modello d’entrata di casa Porsche, la Macan, e la Tenuta Castello di Morcote, che quasi sembra sospesa tra il lago e il cielo e regala scorci di panorama che lasciano a bocca aperta.

La meraviglia è di casa anche presso le concessionarie del produttore di auto tedesco, quando il cliente si avvicina al modello Macan: quasi sempre si tratta del primo contatto con Porsche, perché l’80% delle persone che comprano una Macan sono anche nuovi clienti del marchio, i quali in seguito passano spesso a modelli di categoria superiore e non lasciano più la casa di Zuffenhausen.
Prodotto a partire dal 2014, il modello Macan è stato consegnato finora a 700 mila clienti nel mondo, mentre in Svizzera – i dati sono conteggiati al 31 dicembre del 2021 – sono stati venduti 10.536 veicoli, col modello GTS – il più performante – a guidare la classifica.

Il successo della Macan è presto spiegato: oltre ad avere un costo d’entrata tutto sommato accessibile per la parte più benestante della classe media (il prezzo del modello base Macan è di 79.600 franchi), si tratta di un’auto sportiva prodotta da un marchio premium, versatile, compatta e adatta a tutta la famiglia.
La gamma dei modelli Macan comprende quattro declinazioni della vettura, mossa da due motori distinti, un quattro e un sei cilindri. Il quattro cilindri monoturbo da due litri che sprigiona 265 cavalli e 400 Nm di coppia muove la Macan e la Macan T, mentre il sei cilindri bi-turbo da 3 litri viene montato sulla Macan S e sulla GTS, dove raggiunge la sua massima potenza (440 CV contro i 380 del propulsore adottato dalla Macan S).

Forzando un paragone coi vini prodotti dalla Tenuta Castello di Morcote, dove i vigneti si coltivano seguendo le disposizioni della biodinamica e del protocollo per la certificazione bio, potremmo azzardare che il modello base della Macan fa il paio con il “Rubino DOC”, un assemblaggio di Merlot (70%) e di Cabernet Sauvignon (30%) provenienti dal terroir del Mendrisiotto, una tipologia bordolese dunque, che esprime potenza contenuta ed eleganza, il frutto del Merlot e l’aroma speziato del Cabernet.

Salendo di un gradino, la Macan T possiamo paragonarla al “Castello di Morcote DOC”, un vino che nasce sul promontorio dell’Arbostora, affinato per 12 mesi in barrique, 90% di Merlot e 10% di Cabernet Franc: si compie un passo avanti a livello di potenza ed eleganza, un vino che esprime grande carattere, un po’ come l’automobile alla quale l’accostiamo.

Col “Castello di Morcote Riserva” il salto avanti si fa più deciso, un po’ come passare dalla Macan col motore a quattro cilindri al primo modello col propulsore bi-turbo a sei cilindri.

Parliamo in questo caso della Macan S, accostandola ad un vino che effettua una lunga macerazione (25 giorni anziché 20 come il Castello di Morcote DOC) e un lungo affinamento in barrique (18 mesi contro i 12 del… fratello). Siamo di fronte ad un vino speziato e fruttato, che esprime la tipicità del Merlot e del Cabernet (l’assemblaggio è sempre 90-10), una grande eleganza, un’esplosione di tannini morbidi che gli conferiranno lunga vita, esattamente come il suo gusto persistente, che in bocca sembra non spegnersi mai.

L’ultimo scalino è rappresentato dal “Fuoco”, anche in questo caso un assemblaggio di Merlot e Cabernet Franc in proporzioni 90-10%. Il fuoco è quello che sembra sprigionarsi dal motore della Macan GTS, quando schiacci a fondo l’acceleratore e il propulsore ringhia come una bestia selvatica che in pochi secondi può rabbonirsi e diventare docile come un gattino da salotto. Perché questo è il bello della Macan GTS: un’esplosione di potenza se richiesta, con la capacità di adattarsi alle condizioni stradali là dove è necessario tenere al guinzaglio un atteggiamento dirompente.

Il “Fuoco” della Tenuta Castello di Morcote è l’ammiraglia della casa: un vino che viene prodotto in quantità limitata, anche a dipendenza delle annate, un nettare prezioso che si caratterizza per la presenza di una struttura importante e di tannini morbidi e vellutati, pronti ad esplodere in bocca, regalando note di lampone e frutti rossi, con sentori di spezie.

Maurizio Merlo con la moglie Gaby Gianini dirige la Tenuta del castello di Morcote.

Se dietro al successo di Porsche Macan ci sono ingegneri di grande talento, dietro al successo della Tenuta Castello di Morcote c’è il lavoro e la perseveranza di Gaby Gianini e di suo marito Maurizio Merlo, sovrani di questo splendido promontorio sul quale prospera un’azienda agricola e vitivinicola di 150 ettari e dove fa bella mostra di sé, in posizione dominante, il Castello di Morcote. Qui non si producono solo vini rossi, ma anche ottimi bianchi, ottenuti con uve Merlot, Chardonnay, ma anche piccole quantità di Sauvignon, Doral e altri ancora. Per non parlare di un rosé di Merlot (13 Rosé) davvero esemplare, dal colore rosa tenue, in stile provenzale, e dal gusto semplicemente indimenticabile, recentemente premiato al GP du Vin Suisse. Dietro a questi vini, la sapienza dell’enologa Benedetta Molteni, che merita più di un lungo applauso.

Benedetta Molteni, enologa della Tenuta Castello di Morcote

Il conte Lorenzo Borletti è rientrato appositamente dal suo domicilio in Brasile per partecipare all’ultima vendemmia italiana: è quella tardiva dell’uva friularo, che può avvenire soltanto dopo l’11 novembre, giorno dedicato a san Martino, quando le prime brine si sono posate sulle foglie della vite. C’è aria di festa presso la storica tenuta del Dominio di Bagnoli, gran partecipazione di autorità e invitati di lusso. Siamo nella Bassa Padovana, nella sede del Consorzio Vin Friularo DOCG, una storica proprietà, oggi della famiglia Borletti, che un tempo apparteneva ai monaci benedettini. La tenuta è immensa (600 ettari, si producono vino, riso, grano, granoturco, soia, bietole e si allevano più di 1.500 bovini da ingrasso di razza pregiata), la vista si perde inseguendo scorci di paesaggio magnifici, già a partire dal giardino della villa che ha ospitato a metà del Settecento anche Carlo Goldoni, per il quale è stata addirittura costruita una sala adibita a teatro, e che qui scrisse “La bottega del caffè”. Il giardino è impreziosito dalla presenza di importanti sculture firmate da Antonio Bonazza, con statue raffiguranti i personaggi della “Commedia dell’Arte”. Il Conte vuole divertire i suoi ospiti: dentro il giardino, i personaggi raffigurati dalle sculture danno vita ad una rappresentazione teatrale che svela i retroscena della vita che si svolgeva nelle corti veneziane…

Siamo agli inizi di novembre, il conte Borletti è intento a vendemmiare l’uva friularo.

Il Dominio di Bagnoli è l’ultima tappa di un giro per la Bassa Padovana organizzato da GAL Patavino con il progetto “Dai Colli all’Adige, un territorio tutto da vivere”, sostenuto dalla Camera di Commercio di Padova. L’iniziativa abbraccia l’area della Bassa Padovana e dei Colli Euganei e coinvolge numerose aziende in prima linea nel proporre prodotti di alta qualità nel rispetto dell’ambiente e della tradizione. Qui si si sposano promozione e valorizzazione delle imprese legate al settore turistico e dell’accoglienza, patrimonio culturale materiale (borghi, castelli, chiese, abbazie…) e immateriale (tradizioni, saper fare, artigianalità).

L’immensa e splendida tenuta di Bagnoli

Il vino Friularo
Il vitigno omonimo che dà origine a questo vino era coltivato nella zona di Bagnoli già nel Medioevo dai monaci benedettini, che qui hanno bonificato ettari di terreno paludoso ed eretto un monastero dotato di grandi cantine. La proprietà fu acquistata da una nobile famiglia veneziana (i Widmann, di antiche origini austriache) nel 1656 e i nuovi proprietari costruirono sulle fondamenta dell’antica abbazia uno dei più grandi complessi monumentali del Veneto, adibendolo ad azienda agricola, ma anche a luogo ameno in cui, data la vicinanza con Venezia, trascorrevano le loro giornate artisti di vario genere e uomini d’affari, incantati dal vino Friularo, che nasce da uve vendemmiate tardivamente e fatte appassire prima di essere trasformate in un mosto di grande carattere e dal profumo intenso, che matura lentamente e richiama sentori di frutta rossa e di spezie.

I monaci hanno anche inventato una tecnica di coltivazione particolare: per allontanare i grappoli dal terreno molto umido, e dunque portatore di malattie, piantavano le viti ai piedi di alberi robusti, sui cui rami facevano arrampicare i tralci. Questa tecnica, oggi ancora in uso, viene definita “vigna maritata” perché prevede un legame indissolubile tra l’albero, che funge da tutore, e le viti.

Come accade a molti vitigni autoctoni, nei primi del Novecento anche il Friularo viene progressivamente sostituito da vitigni internazionali, ma a Bagnoli sorprendentemente questo non accade e negli anni ’90 grazie al lavoro dei conti Borletti viene fondato il Consorzio per la tutela dei vini DOC di Bagnoli, a cui fa seguito nel 2011 il riconoscimento della DOCG Friularo, che prevede non solo la raccolta tardiva dell’uva e l’appassimento, ma anche una lenta maturazione in botti di legno e barriques, che rende un po’ simile questo vino al più noto Amarone.

Tra le realtà che hanno contribuito a rendere noto il Friularo, anche la cantina sociale di Conselve (Conselve Vigneti e Cantine), a due passi da Bagnoli, un’immensa realtà produttrice di varie tipologie di vino, che deve all’intuizione di uno svizzero il successo nella commercializzazione del vino tipico della zona. Fu infatti un enologo della Coop, una trentina di anni fa, a individuare le potenzialità del Friularo durante una visita in loco e a consegnare alla cantina di Conselve – come ci conferma l’attuale presidente Roberto Lorin – alcune linee direttive per rendere il vino qualitativamente ineccepibile. Quella di Conselve è una realtà inimmaginabile ai nostri occhi, talmente è grande: lavora le uve di 1200 ettari di vigna (poco più di tutta la superficie vitata del Ticino) e ha un fatturato annuo di 30 milioni di euro. La cantina è in fase di rinnovamento: botti di acciaio altissime e capienti sono le torri di guardia dell’azienda, davvero enorme.

Il presidente della cantina di Conselve, Roberto Lorin

 

Un trionfo di oca e animali di bassa corte
A due passi dalla cantina di Conselve, che saprà stupirvi per la varietà della sua produzione, c’è un rifugio per buongustai che non bisogna lasciarsi sfuggire. Il pranzo o la cena alla “Trattoria in corte dal Capo” di Marina Ostellari è d’obbligo per assaggiare le prelibatezze cucinate da questa cuoca-proprietaria che porta in tavola i prodotti del territorio, cibo schietto, senza sofisticazioni, il trionfo dell’anima vera dell’osteria, anche se gli arredi sono curati e il servizio impeccabile.

L’elegante sala della “Trattoria in corte del capo”

Qui sono l’oca e gli animali di bassa corte in genere a deliziare il palato (la produzione di Michele Littamé è strepitosa e meritevole di un riconoscimento Sloow Food; nell’ultimo mese di vita delle oche, la sua azienda le alleva a latte, miele e farine di propria produzione!), ma anche la patata dolce (prodotta in grandi quantità in zona). L’oca è un prodotto tipico della cucina padovana: viene servita in mille modi, può essere un paté oppure un salame; cotta al forno è deliziosa, accompagnata da castagne, prugne e mele; l’”Oca in onto” fa parte della tradizione padovana e si conserva a lungo: un tempo non c’era il frigorifero e lo strutto, o il grasso dell’oca, era un ottimo conservante. Del resto, anche in Ticino la tradizione prevedeva la conservazione della carne del maiale non destinata agli insaccati nello strutto.

Dentro le mura, il prosciutto
Visitare la Bassa Padovana significa affrontare un’esperienza ricca di emozioni che si stagliano nette alla vista delle bellezze paesaggistiche di borghi e città murate come Este o Montagnana, oppure di fronte a piatti tipici che sanno parlare. Come quelli dell’Hostaria San Benedetto che si trova dentro le mura di Montagnana, considerato uno dei borghi più belli d’Italia. Montagnana è celebre per il suo prosciutto DOP e la presenza di un’eccellenza come il Prosciuttificio Attilio Fontana (ne parleremo prossimamente), ma all’Hostaria da Laura, Gianni (lo chef) e Federico mangiamo altro: stupendi gli gnocchi dolci con uvetta, cannella, grana padano e burro; delizioso il paté di fegatini di gallina padovana serviti con la zucca e gel di Merlot; cotto alla perfezione e gustosissimo lo stracotto d’asino al Cabernet dei Colli Euganei.

Nella splendida Montagnana, ospiti di Laura e Gianni

Tornando al prosciutto: a farne un’eccellenza, racconta Fontana, non solo la qualità delle cosce rigorosamente controllate a livello di produzione, ma soprattutto il clima e la temperatura di un territorio esposto ai venti che s’incrociano arrivando sia dal mare, sia dall’entroterra, e permettono di esaltare il sapore delicato e avvolgente di un prosciutto portato a maturazione essendo stato sottoposto unicamente a un’attenta salatura.

Attilio Fontana, titolare dell’omonimo prosciuttificio: dà vita ad un salume dolce, avvolgente, che matura unicamente grazie ai venti di Montagnana e con la sola aggiunta di sale

Dopo una visita al Consorzio Vini Merlara Doc e un assaggio di formaggi a km zero presso la Fattoria Crivellaro di Borgo Veneto, superiamo nuovamente delle vecchie mura, questa volta quelle della bella città di Este, per immergerci in una realtà enogastronomica particolare, voluta dall’esuberante ostessa Silvia Tolin, che ama i vini naturali e nel suo locale, “Ostaria Nova” propone piatti legati alla tradizione contadina reinventati da lei. L’osteria è piccola e semplice, vi si trovano materie prime di stagione fornite da produttori e agricoltori locali.
Silvia racconta le sue proposte con un linguaggio colorito, rappresenta lei stessa motivo di una visita al suo locale, che anche in fatto di vini si aggrappa alla produzione del territorio, con una predilezione per i piccoli vignaioli. Qui incontriamo il “Tagliere dai Colli all’Adige”, un bell’escamotage capace di mettere in relazione la filiera della produzione con quella della ristorazione. Ogni locale può avanzare una sua proposta: il denominatore comune della stessa devono essere le radici che l’offerta gastronomica affonda nel territorio, rispettando le origini e la stagionalità del prodotto.

Esuberante, innovativa, eppure sempre attenta a rispettare la tradizione: Silvia Tolin a Este è in grado di stupirvi con effetti speciali…