Porsche e il Merlot del Ticino: un abbinamento tra l’eccellenza della meccanica e quella dell’enologia, soprattutto se ad andare a braccetto sono il modello d’entrata di casa Porsche, la Macan, e la Tenuta Castello di Morcote, che quasi sembra sospesa tra il lago e il cielo e regala scorci di panorama che lasciano a bocca aperta.

La meraviglia è di casa anche presso le concessionarie del produttore di auto tedesco, quando il cliente si avvicina al modello Macan: quasi sempre si tratta del primo contatto con Porsche, perché l’80% delle persone che comprano una Macan sono anche nuovi clienti del marchio, i quali in seguito passano spesso a modelli di categoria superiore e non lasciano più la casa di Zuffenhausen.
Prodotto a partire dal 2014, il modello Macan è stato consegnato finora a 700 mila clienti nel mondo, mentre in Svizzera – i dati sono conteggiati al 31 dicembre del 2021 – sono stati venduti 10.536 veicoli, col modello GTS – il più performante – a guidare la classifica.

Il successo della Macan è presto spiegato: oltre ad avere un costo d’entrata tutto sommato accessibile per la parte più benestante della classe media (il prezzo del modello base Macan è di 79.600 franchi), si tratta di un’auto sportiva prodotta da un marchio premium, versatile, compatta e adatta a tutta la famiglia.
La gamma dei modelli Macan comprende quattro declinazioni della vettura, mossa da due motori distinti, un quattro e un sei cilindri. Il quattro cilindri monoturbo da due litri che sprigiona 265 cavalli e 400 Nm di coppia muove la Macan e la Macan T, mentre il sei cilindri bi-turbo da 3 litri viene montato sulla Macan S e sulla GTS, dove raggiunge la sua massima potenza (440 CV contro i 380 del propulsore adottato dalla Macan S).

Forzando un paragone coi vini prodotti dalla Tenuta Castello di Morcote, dove i vigneti si coltivano seguendo le disposizioni della biodinamica e del protocollo per la certificazione bio, potremmo azzardare che il modello base della Macan fa il paio con il “Rubino DOC”, un assemblaggio di Merlot (70%) e di Cabernet Sauvignon (30%) provenienti dal terroir del Mendrisiotto, una tipologia bordolese dunque, che esprime potenza contenuta ed eleganza, il frutto del Merlot e l’aroma speziato del Cabernet.

Salendo di un gradino, la Macan T possiamo paragonarla al “Castello di Morcote DOC”, un vino che nasce sul promontorio dell’Arbostora, affinato per 12 mesi in barrique, 90% di Merlot e 10% di Cabernet Franc: si compie un passo avanti a livello di potenza ed eleganza, un vino che esprime grande carattere, un po’ come l’automobile alla quale l’accostiamo.

Col “Castello di Morcote Riserva” il salto avanti si fa più deciso, un po’ come passare dalla Macan col motore a quattro cilindri al primo modello col propulsore bi-turbo a sei cilindri.

Parliamo in questo caso della Macan S, accostandola ad un vino che effettua una lunga macerazione (25 giorni anziché 20 come il Castello di Morcote DOC) e un lungo affinamento in barrique (18 mesi contro i 12 del… fratello). Siamo di fronte ad un vino speziato e fruttato, che esprime la tipicità del Merlot e del Cabernet (l’assemblaggio è sempre 90-10), una grande eleganza, un’esplosione di tannini morbidi che gli conferiranno lunga vita, esattamente come il suo gusto persistente, che in bocca sembra non spegnersi mai.

L’ultimo scalino è rappresentato dal “Fuoco”, anche in questo caso un assemblaggio di Merlot e Cabernet Franc in proporzioni 90-10%. Il fuoco è quello che sembra sprigionarsi dal motore della Macan GTS, quando schiacci a fondo l’acceleratore e il propulsore ringhia come una bestia selvatica che in pochi secondi può rabbonirsi e diventare docile come un gattino da salotto. Perché questo è il bello della Macan GTS: un’esplosione di potenza se richiesta, con la capacità di adattarsi alle condizioni stradali là dove è necessario tenere al guinzaglio un atteggiamento dirompente.

Il “Fuoco” della Tenuta Castello di Morcote è l’ammiraglia della casa: un vino che viene prodotto in quantità limitata, anche a dipendenza delle annate, un nettare prezioso che si caratterizza per la presenza di una struttura importante e di tannini morbidi e vellutati, pronti ad esplodere in bocca, regalando note di lampone e frutti rossi, con sentori di spezie.

Maurizio Merlo con la moglie Gaby Gianini dirige la Tenuta del castello di Morcote.

Se dietro al successo di Porsche Macan ci sono ingegneri di grande talento, dietro al successo della Tenuta Castello di Morcote c’è il lavoro e la perseveranza di Gaby Gianini e di suo marito Maurizio Merlo, sovrani di questo splendido promontorio sul quale prospera un’azienda agricola e vitivinicola di 150 ettari e dove fa bella mostra di sé, in posizione dominante, il Castello di Morcote. Qui non si producono solo vini rossi, ma anche ottimi bianchi, ottenuti con uve Merlot, Chardonnay, ma anche piccole quantità di Sauvignon, Doral e altri ancora. Per non parlare di un rosé di Merlot (13 Rosé) davvero esemplare, dal colore rosa tenue, in stile provenzale, e dal gusto semplicemente indimenticabile, recentemente premiato al GP du Vin Suisse. Dietro a questi vini, la sapienza dell’enologa Benedetta Molteni, che merita più di un lungo applauso.

Benedetta Molteni, enologa della Tenuta Castello di Morcote

Una storia di amicizia, di collaborazione, di audacia e di competenza: è quella della cantina Fawino di Mendrisio e dei suoi protagonisti, Claudio Widmer e Simone Favini, che nel 2012 unirono le forze per dar vita ad una produzione di qualità con una forte impronta territoriale. I loro vigneti si sviluppano sulle pendici del Monte Generoso e del Monte San Giorgio, i loro vini esprimono il carattere del territorio del Mendrisiotto, con una forte mineralità, un giusto equilibrio, una bella freschezza e tanta eleganza. Soprattutto nei rossi d’alta gamma, che invecchiano nelle barriques.

Simone Favini a sinistra e Claudio Widmer, titolari della Fawino sagl

Claudio e Simone hanno voluto festeggiare il decennio di collaborazione con una bella iniziativa: hanno riunito presso la Corte del vino Ticino a Morbio un folto gruppo di amici (molti produttori di vino e dunque “concorrenti”), sommelier ed estimatori del Merlot, per una verticale che ha abbracciato tutto il decennio della loro attività e ha permesso di andare alla scoperta del “Cantastorie”, del “Meride” e del “Musa”, tutti Merlot vinificati in rosso e in purezza, ma con stili differenti e uve provenienti da vigneti diversi.

Non che la Fawino produca solo queste etichette: curiosando tra la produzione dell’azienda, scoprirete che ci sono anche vini bianchi, rosati e persino delle bollicine spumantizzate col metodo classico, il “Saltimbanco” vinificato in rosa (da uve Merlot) e in bianco (da uve Chardonnay). Insomma, in un decennio, si può tranquillamente affermare che Claudio e Simone di strada ne hanno percorsa parecchia, considerando che quando sono partiti, nell’aprile di 10 anni fa, avevano a disposizione un ettaro scarso di vigna, producevano solo vinificando in rosso (tre etichette) e per un totale di 10 mila bottiglie l’anno. Oggi i vigneti coltivati e seguiti personalmente dai due amici si estendono su una superficie di 4 ettari, le etichette della cantina sono 8 e le bottiglie prodotte ogni anno 30 mila.

La verticale che abbracciava un decennio di produzione di Merlot vinificato in rosso ha evidenziato come lo stile della casa, pur evolvendosi, in dieci anni sia rimasto molto coerente e sempre su livelli di eccellenza, come testimoniano i numerosi riconoscimenti ricevuti sia a livello di guide, sia di concorsi (in particolare con le medaglie d’oro e d’argento ricevute a Expovina, al Mondial du Merlot e al GP des Vins Suisses).

La qualità della produzione Fawino si evidenzia già a partire dal “Cantastorie”, che è un Merlot classico, vinificato senza passare nel legno e dunque unicamente in botti di acciaio, un vino base diremmo, senza togliere nulla sul piano qualitativo ad un prodotto che si è rivelato elegante e potente, fresco e fruttato, ma anche meno coerente nel corso delle annate rispetto ai due Merlot di categoria superiore.

La Fawino produce anche due ottimi spumante con il metodo classico, il Saltimbanco vinificato in bianco e in rosato

Le dieci annate di “Meride” ci hanno permesso di scoprire un vino capace di esprimere grande sapidità, note speziate, tannini morbidi, bell’equilibrio e grande armonia all’interno di sapori fruttati a volte capaci di esplodere in bocca. L’annata 2015 in questo senso è risultata esemplare e a noi risulta la porta d’ingresso per le vinificazioni degli anni seguenti, tutte molto coerenti, fino ad un 2020 che si annuncia fantastico, seppur ancora nella sua esuberanza giovanile.

Il “Meride” è ottenuto con uve coltivate quasi a 600 metri di altitudine nel quartiere della città di Mendrisio. Siamo nei pressi del Monte San Giorgio, i vigneti hanno un’ampia esposizione a Sud, la vinificazione prevede un invecchiamento in botti di rovere svizzero da 500 litri, in parte nuove, in parte di secondo o addirittura di terzo passaggio.

Musa, il Merlot ammiraglia della casa

Un gradino più su ecco il “Musa”, davvero un vino nobile, signorile. Qui sono le uve delle viti più vecchie coltivate in un vigneto di Salorino a esprimere eleganza e potenza. Il vino matura per 18 mesi in barriques da 225 litri di legno francese, il 75% nuove, il resto di secondo passaggio. Parliamo di un vino che sa esprimere una complessità di aromi e profumi davvero notevole, in diverse annate si affermano tannini ancora molto tesi, emerge una mineralità elegante e mai invadente. Tra le annate più apprezzate da chi scrive il 2014, con un buon equilibrio tra il fruttato e le note speziate (non per nulla è stato premiato con i tre bicchieri del Gambero Rosso), il 2017, potente ed elegante, e il 2019, un’esplosione di sapori dentro una rotondità eccellente, vellutata, con prevalenza delle note fruttate rispetto a quelle speziate e aromi di mora, bacca rossa, ciliegia ad emergere. Col “Musa” possiamo andare sul sicuro accompagnando carni a lunga cottura, selvaggina, formaggi stagionato. Un grande vino, in grado di abbinarsi ad una cucina d’autore, un’interpretazione della vinificazione del Merlot che chiama l’applauso.

Cantina Fawino: www.fawino.ch

Se ci chiedessimo qual è il vino adatto ad accompagnare le festività di fine anno di sicuro non riceveremmo una risposta univoca. L’intenditore direbbe «dipende», pensando – giustamente – che il vino si abbina al cibo e dunque la scelta è ampia, per non dire sconfinata. Però su un aspetto quasi tutti sarebbero d’accordo: non c’è festa senza bollicine e tra le infinite varietà dei brut e degli spumanti, l’eccellenza è ancora e sempre costituita dallo Champagne.
Un vino che si può anche bere a tutto pasto, dall’aperitivo al dessert, come ci ha confermato una serata trascorsa alla Locanda Orico, di proprietà del più longevo chef stellato del Ticino, Lorenzo Albrici, che è di casa a Bellinzona.
L’occasione si è manifestata festeggiando il bicentenario della nascita dello Champagne rosato nel 2018, quando Lorenzo Albrici ce lo ha proposto (in versione La Grande Dame 2006 di Veuve Clicquot) addirittura come accompagnamento di un filetto di vitello del Muotathal, cotto rosa e intero al forno, una vera delizia.
Troppo facile, invece, immaginare lo Champagne rosé sulle code di scampi scottate, servite su un cespuglio di insalatine insaporite ai calamaretti spillo trifolati; oppure su un pavé di rombo selvatico dorato adagiato in una crema di topinambur al caviale Osciètre, altri componenti della proposta d’alta scuola di Albrici.

 

Volete sorprendere i vostri famigliari o i vostri ospiti? Bene, allora seguiteci: vi raccontiamo la storia della nascita dello Champagne rosé, che come abbiamo detto ha visto la luce nel 1818, da un’intuizione di una donna, Madame Barbe-Nicole Clicquot, nata Ponsardin.
Questa donna straordinaria, figlia del sindaco di Reims, maritò il figlio del fondatore della Maison Clicquot, Philippe, che morì lasciandola vedova nel 1805. Barbe, forte e intraprendente, non si rassegnò a rimanere ai margini dell’impresa di famiglia, ma ne ereditò la direzione.

Aveva 27 anni e dovette battersi contro i pregiudizi e le leggi di allora, che avevano scarsa considerazione (eufemismo) della figura femminile. Nel 1814 la signora Clicquot riuscì ad aggirare il blocco continentale imposto anche alla Russia da Napoleone, mandando il suo Champagne a San Pietroburgo, dove fu accolto trionfalmente. Quattro anni più tardi, la signora ha un’intuizione che cambierà la storia del vino dei re, sin lì vinificato soltanto in bianco. Anzi no: perché c’era stato pure un tentativo di creare uno Champagne rosé e per farlo si aggiungeva al vino vinificato in bianco del succo di… sambuco. Una pratica abiurata da Madame Clicquot, la quale aveva gusti raffinati e grandi capacità degustative.

Delphine Laborde

E come nasce il primo rosato? La signora intuisce che un buon assemblaggio tra bianchi e rossi può dare ottimi risultati e allora vinifica uva rossa della miglior qualità, proveniente dalle vigne di Bouzy, nella Champagne, e invita i suoi enologi di allora a miscelare sapientemente bianco e rosso per esaltare profumi e sapori che, ancora oggi, caratterizzano i vini dell’azienda, rimasta fedele al metodo originale inventato da quella che tutti chiamavano «La Grande Dame», in onore della quale è stato proprio creato un  grande Champagne della marca.
«Da Veuve Clicquot elaboriamo sempre lo Champagne rosato assemblandolo al vino rosso secondo il metodo di Madame Clicquot inventato 200 anni fa. Questa nostra capacità di attenerci al metodo tradizionale ci permette di creare dei rosati dal gusto preciso, fruttato, intenso ed elegante» raccontava Delphine Laborde enologa presso Veuve Clicquot, che ha ben assimilato la filosofia di quella che si può ben definire la fondatrice della casa, almeno nella sua versione moderna.
Per ottenere una bottiglia di rosé, Veuve Clicquot mescola da 50 a 60 differenti crus, a partire dal Veuve Clicquot Brut Carte Jaune, composto da 50 a 55% di Pinot Noir, da 15 a 20% di Pinot Meunier, da 28 a 33% di Chardonnay e, infine, da un 12% di Pinot Noir de Bouzy (rosso). Inutile dire che oggi tutte le cantine più importanti che producono Champagne hanno anche una propria versione rosé, tanto che la produzione di questo segmento rappresenta quasi il 10% del totale. Se vent’anni fa il rosato era considerato soprattutto un vino per signore, oggi questo vino appassiona anche i maschietti e il suo gradimento è in vigorosa crescita. La produzione avviene in due modi: vinificando in rosa le uve rosse (rosé da macerazione) o assemblando vini bianchi e rossi (rosé da assemblaggio).

 

L’onore di aprire la prima bottiglia della nuova Cuvée des Sommeliers, annata 2017, non poteva che spettare ad Anna Valli, presidente dell’Associazione che rappresenta i sommeliers della Svizzera Italiana (ASSP). Sul suo volto, un largo sorriso, condiviso appena più tardi da tutti i convenuti presso l’azienda vitivinicola Tamborini per assistere alla presentazione di questa bottiglia, ormai un classico nell’ambito del panorama enologico cantonale. Merlot vinificato in purezza, affinato in barriques per 20 mesi, un vino molto ricco, non filtrato, che sicuramente saprà dare grandi soddisfazioni negli anni a venire, perché stiamo parlando di un Merlot capace di invecchiare bene, ma che già adesso è apparso convincente per la sua struttura, il suo equilibrio e la sua eleganza.

Anna Valli tra Claudio Tamborini (a sin.) e Piero Tenca

L’idea di realizzare una Cuvée dei Sommeliers è partita nell’ormai lontano 1990, nata dal desiderio di stringere il legame che unisce i produttori di vino ticinesi e i sommeliers, che sono gli ambasciatori del vino e dunque, di riflesso, anche di chi lo produce. Finora sono state prodotte dodici Cuvée e quella presentata ieri è l’ultima della serie.

Vinificato con sapienza dalla Tamborini Carlo SA e in particolare dal suo enologo di riferimento, Luca Biffi, questo vino dallo spirito bordolese, per dirla con Claudio Tamborini, è frutto della vendemmia che la grande famiglia dei sommeliers della Svizzera Italiana ha fatto il 17 settembre del 2017 nella storica tenuta Tamborini di Castelrotto, culla del Merlot ticinese.

In una splendida giornata, una novantina di persone aveva raccolto in poche ore 1500 kg di uva, dalla quale è nato questo vino che a quattro anni di distanza è pronto per il consumo.

Speciale, anche l’etichetta, che ricorda il luogo di provenienza dell’uva e riporta il simbolo storico dei sommeliers, il tastevin, piccola ciotola d’argento che veniva utilizzata per la degustazione del vino e portata al collo come emblema della confraternita.

La Cuvée 2017 è una produzione limitata a 400 bottiglie Magnum (1,5 litri) ed è destinata ai soci dell’Associazione regionale e di tutta la Svizzera, ai ristoratori e agli albergatori. Verrà inoltre presentata al concorso Meilleur Sommelier Svizzero che si terrà a Lugano il prossimo 10 ottobre e serve anche da biglietto da visita per l’ASSP ai concorsi internazionali di Sommellerie e in occasione di viaggi ufficiali all’estero.

L’enologo Luca Biffi che ha curato la cuvée dei Sommelier

Due ore di viaggio in auto dal Ticino ti catapultano in un mondo che offre un’incredibile varietà di paesaggi, la pianura coi suoi campi a perdita d’occhio, colline e vallate ricche di vigneti, alture ricoperte da boschi che in autunno regalano colori meravigliosi.

Siamo nell’Oltrepò più volte celebrato da Gianni Brera, un lembo di terra che si estende tra Pavia, Alessandria e Piacenza. Terra di vini e prelibatezze gastronomiche, perché l’Oltrepò si trova a sud del fiume Po, all’estremo confine della Lombardia con l’Emilia e la Liguria, ma pure col Piemonte, per cui da queste parti è possibile reperire anche il tartufo.

È di vini però che vogliamo parlare e senza voler far torto alla Bonarda, al Sangue di Giuda, alla Barbera o al Buttafuoco che vengono prodotti su queste colline, è il Pinot Nero che vogliamo celebrare, perché questo vitigno versatile nell’Oltrepò si declina con maestria in una bollicina elegante prodotta col metodo classico e in un rosso strutturato che regala sensazioni forti. Un solo vitigno, ma due anime distinte.

Anche se, come sostiene il direttore del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese Carlo Veronese “non si può identificare la produzione del nostro territorio unicamente col Pinot” data la numerosa varietà di vitigni coltivati, il Pinot può “rappresentare il minimo comun denominatore di questo territorio e promuovere una sua visione unitaria”. Della quale, sentendo molti produttori, nell’Oltrepò c’è veramente bisogno, per riscattare un recente passato enologico che ha forse vissuto un po’ troppo sugli allori e sulla vicinanza di Milano, una grande metropoli che ha alimentato il commercio a volte senza badare troppo alla qualità del prodotto.

L’Oltrepò pavese ha una storia secolare alle spalle e una vocazione enologica riconosciuta fin da prima di Cristo, messa a frutto dagli spumantisti piemontesi a partire dal 1800 e dai viticoltori locali ai giorni nostri.

Originario della Borgogna, dove si utilizza per produrre vini rossi, e coltivato anche nello Champagne come base spumante, il Pinot Nero è arrivato in Italia in tempi relativamente recenti. La raffinatezza e la versatilità delle sue uve ne fanno un vitigno ricercato, ma la delicatezza e le difficoltà della sua coltivazione lo rendono adatto solo ad aree particolarmente vocate. Con i suoi 3.500 ettari impiantati di Pinot Nero (su 13.000 complessivi di svariati vitigni), l’Oltrepò Pavese è il terzo produttore in Europa di Pinot Nero dopo le due regioni francesi sopracitate di Borgogna e Champagne.

La rinascita del Pinot Nero da queste parti passa anche dalla volontà di alzare sempre più l’asticella della qualità, promuovendo una coltivazione sempre più rispettosa dell’ambiente e delle esigenze del consumatore e portata avanti da aziende in buona parte a conduzione famigliare. Collaborare, scambiarsi esperienze, confrontarsi: sono argomenti all’ordine del giorno tra quella parte di produttori più avveduti che credono in una rinascita del settore vitivinicolo dell’Oltrepò.

La produzione delle bollicine col metodo classico sta vivendo una vera e propria rivoluzione, con un interesse crescente per la rivendicazione della Docg Oltrepò Pavese Metodo Classico.

Vinificato in purezza o con una piccola percentuale di Chardonnay (ma si parla di introdurre nel disciplinare anche il Pinot Meunier, tanto per gradire la formula champenoise), affinato a lungo sui lieviti (il La Piotta 80/90 2013 Pas Dosé Vsq ci rimane per 60 mesi, il Farfalla Cave Privée di Ballabio addirittura 96!), lo spumante di Pinot nero dell’Oltrepò si distingue per la sua eleganza, il buon tenore di acidità, una bollicina quasi sempre fine e persistente, una cremosità avvolgente e una bella profondità aromatica.

Se il tempo lavora bene sulle bollicine, lo stesso è in grado di fare sui rossi, vini vivaci e ben equilibrati. Il fronte dei produttori è variegato nel suo approccio con la vinificazione, che si esprime sia con invecchiamenti in botti di rovere di varie dimensioni, sia con la freschezza giovani nettari che hanno conosciuto soltanto l’acciaio.

 

Un po’ di Ticino nell’Oltrepò…

L’incontro coi produttori dell’Oltrepò a Casteggio ci regala anche scoperte curiose e interessanti. Quella con i proprietari dell’azienda agricola “La Piotta” per esempio, che dal 2005 è certificata biologica e ha la sua sede a Montalto Pavese. Fondata da nonno Luigi Padroggi nel 1985, l’azienda è stata portata avanti dai figli Gabriele e Mario, oggi affiancati dalla terza generazione rappresentata dai giovani Luca ed Enrico. Il nome ci incuriosisce, facciamo presente ai ragazzi che in Ticino una squadra di hockey su ghiaccio che rappresenta un unicum nel suo genere porta (almeno in parte) quel nome.

“Ambrì Piotta! Sì, lo sappiamo e qualche anno fa siamo stati contattati da un commerciante di vini ticinesi che ci ha parlato della squadra dicendosi interessato ai nostri vini. La cosa però è morta lì, non l’abbiamo più sentito”.

Paolo Verdi dell’omonima azienda a Canneto Pavese, appassionato di vino e di sci

Paolo Verdi dell’azienda Bruno Verdi a Canneto Pavese prima di diventare produttore di vini aveva un sogno: diventare sciatore. I suoi vini sono di qualità, la sua passione per gli sport invernali smisurata. Negli anni Settanta e Ottanta seguiva le gare di Coppa del mondo tramite la nostra televisione, che si poteva vedere senza problemi nell’area lombarda. Con lui rievochiamo non soli vecchi nomi dello sci elvetico, da Bernhard Russi a Rolland Collombin, da Walter Tresch a Heini Hemmi, senza scordare la Doris De Agostini o la Lise-Marie Morerod, ma anche i vecchi telecronisti della RSI: Paolo ricorda bene l’eleganza al microfono di Giuseppe Albertini e la competenza di Libano Zanolari, ma mi cita anche il nome di Tiziano Colotti, che di sci per la verità si era occupato poco o per nulla. Ma a Verdi non devono essere sfuggite nemmeno le partite di hockey dell’Ambrì e del Lugano…

 

 

Una nuova cantina concepita all’insegna della sostenibilità è l’ultimo tocco di classe che va ad impreziosire la Tenuta Castello di Morcote, autentico gioiello che sorge sulle terrazze a strapiombo sul lago Ceresio, nel paesaggio spettacolare del promontorio dell’Arbostora.
Quando si varca il cancello dell’azienda si entra in mondo che richiama ambientazioni lontane, tenute vitivinicole di grandi proporzioni, come se ne trovano in Francia o in Italia. Ecco, la nostra Toscana, il nostro Piemonte, possiamo ben dire di averlo qui sull’uscio di casa, dove la cura dei vigneti è estrema e i vini prodotti non temono il confronto con le etichette più blasonate del mercato.

Gaby Gianini

Di più: qui si respira anche la storia, perché al di là della presenza del castello – costruito dai Duchi di Milano nel XV secolo – la tenuta prima di passare nelle mani della famiglia Gianini (la comprò il nonno dell’attuale proprietaria nel 1939) era appartenuta a Giorgio Paleari, agronomo e direttore dell’Istituto agrario di Mezzana, uno dei fautori dell’introduzione del Merlot in Ticino, che proprio qui impiantò negli anni ’30 le prime barbatelle del vitigno che avrebbe salvato la viticoltura ticinese flagellata dalla filossera.
“Nonno Massimo raggruppò 150 ettari di terra in questo contesto paesaggistico unico” afferma Gaby Gianini, che rappresenta la terza generazione della famiglia e ha raccolto con competenza e orgoglio un’importante eredità, che intende proiettare nel futuro sposando una visione moderna e rispettosa dell’ambiente.
In questo contesto nasce così la nuova cantina – nel luogo dove sorgeva l’antico centro agricolo – alimentata interamente ad energia solare. Qui tutta la gestione è biologica certificata e da poco anche biodinamica. Utilizzando le tecnologie più all’avanguardia, le uve (la parte destinata a vigneto sul promontorio del castello ha una superficie di 7 ettari, l’azienda coltiva però vigna anche nel Mendrisiotto per un totale di 13 ha) vengono vinificate nel modo più naturale possibile, riuscendo così a fondere insieme innovazione e riti ancestrali.

Pionieri in Ticino già da quasi dieci anni nell’abbandono della chimica in vigna, l’obiettivo della Tenuta Castello di Morcote è di diventare un riferimento nel panorama vitivinicolo svizzero, abbracciando la scelta della sostenibilità e del rispetto della terra.
La nuova cantina vuole diventare luogo di accoglienza aperto all’enoturismo di alta qualità, in grado di competere anche con realtà internazionali e un luogo dove poter vivere un’esperienza diretta e autentica del fare vino, a contatto con la natura e la terra.
È interessante notare che in questo angolo di Ticino la figura femminile gioca un ruolo di primo piano: ad affiancare la proprietaria Gaby Gianini ci sono infatti due giovani enologhe, Emilie Gerbex e Benedetta Molteni, che curano la produzione di bottiglie di pregio come il Castello di Morcote (bianco e rosso), il Fuoco, il Bianca Maria e altre, privilegiando la varietà Merlot, ma anche Cabernet Franc, Chardonnay e Sauvignon blanc.
“Lo stile dei nostri vini si contraddistingue per la ricerca di armonia ed equilibrio. Il nostro obiettivo è creare vini eleganti, longevi, che sappiano parlare dei terroir da cui provengono” afferma Gaby Gianini.