L’Oltrepò celebra il Pinot nero, vitigno dalle due anime

Due ore di viaggio in auto dal Ticino ti catapultano in un mondo che offre un’incredibile varietà di paesaggi, la pianura coi suoi campi a perdita d’occhio, colline e vallate ricche di vigneti, alture ricoperte da boschi che in autunno regalano colori meravigliosi.

Siamo nell’Oltrepò più volte celebrato da Gianni Brera, un lembo di terra che si estende tra Pavia, Alessandria e Piacenza. Terra di vini e prelibatezze gastronomiche, perché l’Oltrepò si trova a sud del fiume Po, all’estremo confine della Lombardia con l’Emilia e la Liguria, ma pure col Piemonte, per cui da queste parti è possibile reperire anche il tartufo.

È di vini però che vogliamo parlare e senza voler far torto alla Bonarda, al Sangue di Giuda, alla Barbera o al Buttafuoco che vengono prodotti su queste colline, è il Pinot Nero che vogliamo celebrare, perché questo vitigno versatile nell’Oltrepò si declina con maestria in una bollicina elegante prodotta col metodo classico e in un rosso strutturato che regala sensazioni forti. Un solo vitigno, ma due anime distinte.

Anche se, come sostiene il direttore del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese Carlo Veronese “non si può identificare la produzione del nostro territorio unicamente col Pinot” data la numerosa varietà di vitigni coltivati, il Pinot può “rappresentare il minimo comun denominatore di questo territorio e promuovere una sua visione unitaria”. Della quale, sentendo molti produttori, nell’Oltrepò c’è veramente bisogno, per riscattare un recente passato enologico che ha forse vissuto un po’ troppo sugli allori e sulla vicinanza di Milano, una grande metropoli che ha alimentato il commercio a volte senza badare troppo alla qualità del prodotto.

L’Oltrepò pavese ha una storia secolare alle spalle e una vocazione enologica riconosciuta fin da prima di Cristo, messa a frutto dagli spumantisti piemontesi a partire dal 1800 e dai viticoltori locali ai giorni nostri.

Originario della Borgogna, dove si utilizza per produrre vini rossi, e coltivato anche nello Champagne come base spumante, il Pinot Nero è arrivato in Italia in tempi relativamente recenti. La raffinatezza e la versatilità delle sue uve ne fanno un vitigno ricercato, ma la delicatezza e le difficoltà della sua coltivazione lo rendono adatto solo ad aree particolarmente vocate. Con i suoi 3.500 ettari impiantati di Pinot Nero (su 13.000 complessivi di svariati vitigni), l’Oltrepò Pavese è il terzo produttore in Europa di Pinot Nero dopo le due regioni francesi sopracitate di Borgogna e Champagne.

La rinascita del Pinot Nero da queste parti passa anche dalla volontà di alzare sempre più l’asticella della qualità, promuovendo una coltivazione sempre più rispettosa dell’ambiente e delle esigenze del consumatore e portata avanti da aziende in buona parte a conduzione famigliare. Collaborare, scambiarsi esperienze, confrontarsi: sono argomenti all’ordine del giorno tra quella parte di produttori più avveduti che credono in una rinascita del settore vitivinicolo dell’Oltrepò.

La produzione delle bollicine col metodo classico sta vivendo una vera e propria rivoluzione, con un interesse crescente per la rivendicazione della Docg Oltrepò Pavese Metodo Classico.

Vinificato in purezza o con una piccola percentuale di Chardonnay (ma si parla di introdurre nel disciplinare anche il Pinot Meunier, tanto per gradire la formula champenoise), affinato a lungo sui lieviti (il La Piotta 80/90 2013 Pas Dosé Vsq ci rimane per 60 mesi, il Farfalla Cave Privée di Ballabio addirittura 96!), lo spumante di Pinot nero dell’Oltrepò si distingue per la sua eleganza, il buon tenore di acidità, una bollicina quasi sempre fine e persistente, una cremosità avvolgente e una bella profondità aromatica.

Se il tempo lavora bene sulle bollicine, lo stesso è in grado di fare sui rossi, vini vivaci e ben equilibrati. Il fronte dei produttori è variegato nel suo approccio con la vinificazione, che si esprime sia con invecchiamenti in botti di rovere di varie dimensioni, sia con la freschezza giovani nettari che hanno conosciuto soltanto l’acciaio.

 

Un po’ di Ticino nell’Oltrepò…

L’incontro coi produttori dell’Oltrepò a Casteggio ci regala anche scoperte curiose e interessanti. Quella con i proprietari dell’azienda agricola “La Piotta” per esempio, che dal 2005 è certificata biologica e ha la sua sede a Montalto Pavese. Fondata da nonno Luigi Padroggi nel 1985, l’azienda è stata portata avanti dai figli Gabriele e Mario, oggi affiancati dalla terza generazione rappresentata dai giovani Luca ed Enrico. Il nome ci incuriosisce, facciamo presente ai ragazzi che in Ticino una squadra di hockey su ghiaccio che rappresenta un unicum nel suo genere porta (almeno in parte) quel nome.

“Ambrì Piotta! Sì, lo sappiamo e qualche anno fa siamo stati contattati da un commerciante di vini ticinesi che ci ha parlato della squadra dicendosi interessato ai nostri vini. La cosa però è morta lì, non l’abbiamo più sentito”.

Paolo Verdi dell’omonima azienda a Canneto Pavese, appassionato di vino e di sci

Paolo Verdi dell’azienda Bruno Verdi a Canneto Pavese prima di diventare produttore di vini aveva un sogno: diventare sciatore. I suoi vini sono di qualità, la sua passione per gli sport invernali smisurata. Negli anni Settanta e Ottanta seguiva le gare di Coppa del mondo tramite la nostra televisione, che si poteva vedere senza problemi nell’area lombarda. Con lui rievochiamo non soli vecchi nomi dello sci elvetico, da Bernhard Russi a Rolland Collombin, da Walter Tresch a Heini Hemmi, senza scordare la Doris De Agostini o la Lise-Marie Morerod, ma anche i vecchi telecronisti della RSI: Paolo ricorda bene l’eleganza al microfono di Giuseppe Albertini e la competenza di Libano Zanolari, ma mi cita anche il nome di Tiziano Colotti, che di sci per la verità si era occupato poco o per nulla. Ma a Verdi non devono essere sfuggite nemmeno le partite di hockey dell’Ambrì e del Lugano…