C’è stato un tempo in cui ordinare un calice di Barbera al bar equivaleva a farsi consegnare un vino di seconda classe, economico e di pronta beva. Quel tempo però è lontano, sepolto dentro l’evoluzione di una storia che, grazie a vignaioli intraprendenti e preparati, ha cancellato la memoria del vino che ordinavano i nostri genitori. Oggi quando si dice Barbera si dice vino di alta qualità e quando si racconta la storia di queste etichette, raccontiamo anche un territorio, la sua storia, le persone che lo custodiscono e la capacità di guardare al futuro. Ne abbiamo avuto la riprova seguendo il filo conduttore del Barbera d’Asti Wine Festival 2026, che ha riunito al The Westin Palace di Milano giornalisti e specialisti del settore del vino, per una giornata dedicata alla promozione delle denominazioni del Monferrato e alla valorizzazione di un modello produttivo sempre più attento alla sostenibilità.

 

L’appuntamento milanese è stato promosso dal Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato nell’ambito del progetto europeo Born Sustainable e si è aperto con un pranzo riservato ai giornalisti, momento di incontro e confronto dedicato al patrimonio vitivinicolo piemontese e alle prospettive di sviluppo del settore.

L’iniziativa ha offerto l’occasione per approfondire il legame tra qualità enologica, identità territoriale e responsabilità ambientale, ponendo l’attenzione sul valore della Barbera d’Asti e delle altre denominazioni del Monferrato in un contesto di mercato in continua evoluzione.

Nel pomeriggio, la giornata è proseguita con un walk-around tasting che ha coinvolto le aziende partecipanti, e con due masterclass condotte da Giuseppe Carrus, curatore della Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso. La prima, dedicata ai diversi volti della Barbera d’Asti, ha approfondito le molteplici interpretazioni del vitigno simbolo del territorio; la seconda ha esplorato le espressioni enologiche del Monferrato, mettendone in luce la ricchezza e la varietà produttiva.

Born Sustainable: la sostenibilità come valore di filiera

Al centro dell’iniziativa, Born Sustainable, progetto europeo che riunisce il Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato, il Consorzio di Tutela del Roccaverano DOP e il Consorzio di Tutela del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG.

Tre realtà produttive differenti, accomunate dall’obiettivo di promuovere un approccio alla sostenibilità che vada oltre la sola dimensione ambientale, includendo la solidità economica delle imprese, la tutela delle specificità locali e la capacità di generare valore per le comunità.

Per il comparto vitivinicolo, questa prospettiva assume un significato particolare: la salvaguardia del suolo, la gestione delle risorse idriche, la biodiversità e l’adattamento ai cambiamenti climatici rappresentano sfide decisive per garantire continuità e competitività alle produzioni di qualità.

Dal capoluogo lombardo alle prossime tappe del progetto

La tappa di Milano rappresenta il primo appuntamento del calendario 2026 del Barbera d’Asti Wine Festival, che proseguirà l’8 novembre al Merano WineFestival con una masterclass dedicata alle denominazioni tutelate dal Consorzio e una cena riservata a una selezione di giornalisti e operatori.

Il percorso si concluderà a dicembre ad Asti, negli spazi di Le Cattedrali Relais, con un programma che comprenderà un talk, uno show cooking dedicato alla sostenibilità e una cena di gala.

Attraverso degustazioni, momenti di approfondimento e occasioni di dialogo, il Barbera d’Asti Wine Festival conferma così la volontà di promuovere non soltanto l’eccellenza dei propri vini, ma anche il patrimonio culturale, economico e paesaggistico che ne costituisce l’origine.

Un percorso nel quale tradizione e innovazione si incontrano, con l’obiettivo di rendere la sostenibilità un elemento concreto di crescita e una responsabilità condivisa lungo tutta la filiera.

Il presidente del Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato Filippo Mobrici

 

GUARDA L’INTERVISTA A FILIPPO MOBRICI

 

Ci sono vini che raccontano un territorio e vini che finiscono per diventarne l’espressione più riconoscibile. Il Colli di Luni Vermentino Sarticola di Cantine Federici – La Baia del Sole appartiene a questa seconda categoria.

È il vino dal quale partire per comprendere la storia di una famiglia che da generazioni lavora sulle colline di Luni e che nel Vermentino ha trovato la propria cifra più autentica.

La famiglia Federici, titolare dell’omonima cantina, vanta una lunga tradizione contadina.

Luni: forse non tutti in Ticino sapranno collocare questa località sulla cartina geografica. Qui la viticoltura si esprime attraverso la prestigiosa zona della Colli di Luni DOC, territorio compreso tra la Liguria di Levante (provincia di La Spezia) e la Toscana settentrionale (provincia di Massa-Carrara).  Luni si trova dunque in una posizione geografica singolare, al confine tra Liguria e Toscana, tra il Mar Ligure e le Alpi Apuane. L’antica città romana, fondata nel 177 avanti Cristo, fu per secoli un importante centro commerciale e portuale. La cantina Federici si trova a pochi passi dall’area archeologica dell’antica Luni, dentro un paesaggio nel quale storia, agricoltura e cultura del vino continuano a dialogare.

Sarticola nasce dall’omonimo vigneto storico, sulle alture di Castelnuovo Magra, a circa 330 metri sul livello del mare. Una posizione privilegiata, immersa nella macchia mediterranea e costantemente ventilata, dove l’influenza del mare incontra quella delle Alpi Apuane. Il microclima, caratterizzato da importanti escursioni termiche, e la natura del terreno contribuiscono a definire il carattere delle uve. La vendemmia tardiva e la macerazione prefermentativa completano un percorso produttivo che fa di Sarticola un vero Cru del territorio lunense.

Ma oggi Sarticola è anche una delle etichette italiane di Vermentino più premiate. Negli ultimi mesi il Vermentino 2025 di Federici ha raccolto una sequenza particolarmente significativa di riconoscimenti: la Gran Medaglia d’Oro al Mondial des Vins Extrêmes 2026, la presenza nella Top 300 di Vinibuoni d’Italia 2027, i 5 Grappoli Bibenda, la Gold Medal e il premio speciale “Miglior Vino dei Colli di Luni” al concorso WOW! The Italian Wine Competition e altri ancora. A completare il palmarès, la selezione a 5StarWines – the Book di Vinitaly 2026, dove Sarticola 2025 ha ottenuto 94 punti, risultando il Vermentino con il punteggio più alto del concorso di aprile.

La famiglia Federici è legata alla viticoltura da quattro generazioni. Il progetto della cantina La Baia del Sole prende forma nel 1985 con Giulio e Isa Federici, mentre oggi sono Andrea e Luca a portare avanti l’azienda. La nuova generazione ha mantenuto saldo il legame con le varietà locali, affiancandolo a una costante attività di ricerca e sperimentazione. Se il Vermentino rappresenta il fulcro della produzione, l’Albarola contribuisce a raccontare un patrimonio varietale più ampio. Nella tradizione dei Colli di Luni, la vinificazione in uvaggio ha rappresentato per lungo tempo una consuetudine e Federici la interpreta in etichette come Gladius, dove Vermentino, Albarola, Malvasia e Trebbiano si incontrano, e Muri Grandi, prodotto con Vermentino e Albarola provenienti dalla pianura che circonda le antiche mura di Luni.

Oggi la capacità di interpretare il vitigno in forme differenti ha aver portato la famiglia Federici a essere considerata tra gli alfieri del Vermentino in Italia. Una definizione che trova nel Sarticola la propria espressione più immediata, ma che comprende un progetto molto più ampio. La ricerca della cantina si spinge infatti anche verso una varietà rara e profondamente legata all’area: il Vermentino Nero, un vitigno autoctono sicuramente poco conosciuto alle nostre latitudini.

Federici lo valorizza attraverso diverse interpretazioni, tra cui Prima Brezza, rosato da Vermentino Nero in purezza, e V.N1, Metodo Classico Rosé che porta il vitigno in una dimensione più sperimentale. È un percorso che trova un ulteriore sviluppo nel Giulio F.56, Metodo Classico da Vermentino in purezza nato dopo anni di sperimentazione e arrivato anche alla particolare versione affinata sott’acqua, a oltre 50 metri di profondità al largo di Portofino.

Accanto alla vocazione per i bianchi, la cantina mantiene una produzione di rossi che completa il quadro. Eutichiano, da Sangiovese, Merlot e Ciliegiolo, e Terre d’Oriente Riserva, con Sangiovese, Merlot e Canaiolo, rappresentano la componente più strutturata della gamma e testimoniano anche la naturale vicinanza culturale e geografica con la Toscana. Sono vini che arricchiscono il profilo della casa, senza spostarne il baricentro: quello resta saldamente ancorato al Vermentino.

Ed è proprio qui che Sarticola assume il suo significato più compiuto. I premi ne hanno certificato il livello qualitativo, ma è il rapporto con la collina da cui nasce a renderlo realmente riconoscibile. Nel suo carattere convivono il vento del Mediterraneo, le escursioni termiche, la macchia mediterranea e la presenza delle Alpi Apuane: elementi che diventano parte integrante dell’identità del vino.

 

Per saperne di più

https://www.cantinefederici.com/home.php

 

Il Ticino incontra Bra’s Festival: avviene a Melide, nell’elegante cornice dello Swiss Diamond Boutique Hotel, sotto la supervisione di David Camponovo e della sua CD Media.

In programma a Bra, la capitale del Roero, ad un tiro di schioppo dal Ticino in fondo, Bra’s Festival è una rassegna che quest’anno giunge alla quarta edizione e si svolge ogni due anni. Un tripudio di sapori verrebbe da dire, incastonato in un luogo mitico come il Roero e come le Langhe, dove cibo e vino costituiscono vere e proprie eccellenze che hanno fatto conoscere in tutto il mondo quell’angolo di territorio.

“Ho voluto far conoscere questa rassegna portando in Ticino i suoi promotori per creare un ponte tra il nostro cantone e il Piemonte” ha detto Camponovo presentando una manifestazione che si svolgerà nel fine settimana dal 17 al 20 settembre e che vuol portare a Bra oltre centomila persone.

Da sinistra: David Camponovo, lo chef Massimo Camia e il direttore di Bra’s Festival Luigi Barbero

“Due anni or sono siamo arrivati a 80 mila presenze, quest’anno potremmo addirittura raddoppiare” ha dichiarato Luigi Barbero, che di Bra’s è il direttore.

Già, ma cosa si può fare a Bra durante questo festival della gastronomia? Intanto, si celebrerà sua eccellenza la salsiccia di Bra, che ha una propria caratteristica: nata a metà dell’Ottocento, è stata voluta da una folta presenza di una comunità ebraica. Dunque niente maiale, ma unicamente carne di vitello. E, particolare non meno importante, si gusta preferibilmente cruda.

“Verissimo – dice lo chef Massimo Camia, titolare dell’omonimo ristorante a Novello, una stella Michelin – però non bisogna essere talebani: da cruda è morbida e dolce, una vera specialità che solo sette macellerie sono abilitate a produrre, ma io la cucina anche cotta, specialmente con un risotto, o come ripieno di un raviolo, oppure ancora con i tajarin. È un prodotto versatile, che soddisfa ogni gusto: ci sta bene in un ristorante stellato, così come nelle cucine casalinghe”.

Vera eccellenza della cittadina di Bra, durante il Festival la salsiccia sarà proposta in molteplici varianti da numerosissimi chef stellati che hanno dato la loro adesione all’evento, con Antonino Cannavacciuolo in prima fila, lui che quest’anno sarà Chef Ambassador di Bra’s.

Non solo salsiccia però: Bra custodisce alcune chicche gastronomiche di notevole pregio, come il suo riso coltivato in piccola quantità, ma di altissima qualità, il formaggio e un pane pregiato tipico della cittadina piemontese, capitale del barocco della regione.

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Chi partecipa potrà vedere i cuochi all’opera sotto i magnifici portici cittadini e gustare il piatto della rassegna, in vendita a 15 euro. “L’alta gastronomia che diventa popolare” dice il direttore del Bra’s Festival Luigi Barbero.

Evento nell’evento, nell’anno del centenario del tramezzino – la cui prima apparizione è avvenuta a Torino un secolo fa – lo chef Massimo Camia proporrà il suo “bramezzino”.

“Storicamente il tramezzino è nato al Caffè Mulassano in centro a Torino e si fa a un piano solo, quindi con due fette di pane e una farcitura. Mi è stato chiesto di reinventare il tramezzino con la salsiccia di Bra e io ho pensato ad un tramezzino doppio: tre strati di pane e due strati di salsiccia. Sono rimasti impressionati anche quelli del Mulassano e adesso il “bramezzino” lo sdoganeremo a Bra” racconta lo chef.

Degustazioni (anche dei pregiati vini piemontesi), mercato, dibattiti e masterclass, concerti: Bra dal 17 al 20 settembre si veste a festa per celebrare le sue eccellenze gastronomiche e noi abbiamo già l’acquolina in bocca. In fondo, dal Ticino, bastano tre ore di auto…

Il 26 e 27 aprile 2026, nella straordinaria cornice della Dogana Veneta, torna la terza edizione di IRRESISTIBILE PIWI, l’evento che negli ultimi anni si è imposto come uno dei momenti più significativi dedicati alla viticoltura del futuro. Non una semplice manifestazione enologica, ma uno spazio di visione e confronto in cui il cambiamento smette di essere teoria e diventa esperienza concreta. A Lazise si parlerà di sostenibilità reale, innovazione genetica, adattamento climatico e qualità del vino. E lo si farà nel modo più diretto possibile: attraverso l’assaggio, il dialogo e il confronto tecnico.

Da anni ormai i cosiddetti PIWI, i vitigni resistenti, stanno attirando le attenzioni del mondo vitivinicolo. Ma di cosa parliamo esattamente quando ci riferiamo ai PIWI?

La sigla deriva dall’acronimo tedesco “Pilzwiderstandsfähige”, ovvero “resistenti ai funghi” e si tratta di varietà di vite ibride ottenute attraverso l’incrocio tra la vite europea (Vitis vinifera) e specie di vite selvatiche soprattutto americane, con l’obiettivo di ottenere piante naturalmente resistenti alle principali malattie fungine, in particolare la peronospora e l’oidio.

I principali vantaggi dei PIWI si possono riassumere nella riduzione drastica dei trattamenti fitosanitari (fino all’80% in meno rispetto alle varietà tradizionali), in un minore impatto ambientale (meno pesticidi nel suolo e nelle acque), in costi di produzione più bassi per il viticoltore e nella perfetta adattabilità ad una viticoltura biologica e sostenibile.

Inizialmente i vitigni PIWI erano considerati inferiori dal punto di vista qualitativo rispetto a quelli tradizionali, ma negli ultimi anni le selezioni più recenti hanno raggiunto livelli enologici molto elevati, soprattutto tra i vini bianchi, tanto da essere ammessi in molte denominazioni europee, inclusa la Svizzera, dove sono sempre più diffusi.

La Svizzera è tra i paesi pionieri nell’adozione dei PIWI, con varietà come Divico, Cabernet Jura, Solaris, Souvignier Gris e Sauvignac, tanto per citarne alcune, sviluppate anche da istituti di ricerca svizzeri come Agroscope.

Luca De Palma, uno degli enologi che organizzano l’evento, lavora in Ticino da Chiericati.

IRRESISTIBILE PIWI è ideato e guidato dagli enologi Luca De Palma (attivo in Svizzera presso la ditta Chiericati di Bellinzona) e Igor Bonvento, uniti dalla volontà di creare un luogo libero da pregiudizi, dove le varietà resistenti possano essere comprese per ciò che realmente sono. Dopo il successo delle prime due edizioni, la manifestazione è cresciuta attirando produttori, agronomi, consulenti, ricercatori e appassionati provenienti da tutta Italia e dall’estero. Il motivo è evidente: il tema non è marginale, ma centrale per il futuro del comparto. Qui il vino diventa strumento di riflessione. Le degustazioni si trasformano in occasioni di confronto. Le differenze territoriali diventano valore e non barriera. IRRESISTIBILE PIWI si configura così come una piattaforma dinamica, dove la tecnica incontra la divulgazione e dove la sostenibilità viene raccontata senza retorica.

Il 26 e 27 aprile 2026, a Lazise, il futuro della viticoltura sarà visibile, degustabile e discutibile. Perché il vino sta cambiando. E chi sceglie di esserci sceglie di far parte di questa trasformazione.

Una bottiglia di Scaviscià, vino ticinese della cantina Mondò di Sementina, a base di Sauvignac e Cabernet blanc affinati in botti di castagno.

Dove

DOGANA VENETA A LAZISE PROVINCIA DI VERONA
La Dogana Veneta è un celebre edificio del 1300 che sorge nella piazza principale di Lazise (Verona), a ridosso dell’antico porto e affacciata direttamente sulle rive del Lago di Garda.
La prestigiosa struttura di epoca Veneziana, era adibita a Dogana per il transito delle merci tra la Lombardia e la Repubblica di Venezia.
Oggi è divenuta sede di importanti Congressi, Meeting, Cene di Gala, Road show, nonché prestigiosi Matrimoni ed eventi culturali e mondani.

 

Orari di apertura

DOMENICA 26 DALLE 11.00 ALLE 20.00
LUNEDì 27 DALLE 10.00 ALLE 17.30

 

INFO

https://www.irresistibilepiwi.it/

 

Guarda ai mercati con incoming mirato e alle nuove tendenze con aree dedicate  la 58ª edizione di Vinitaly, il Salone internazionale dei vini e dei distillati, in programma a Veronafiere dal 12 al 15 aprile, che ha la capacità di mobilitare quasi 4 mila aziende del made in Italy enologico e quest’anno prevede format e contenuti rinnovati, oltre a un palinsesto di oltre 100 eventi ufficiali tra degustazioni e focus. Un appuntamento imperdibile per tutti gli amanti del vino.

“In uno scenario internazionale sempre più articolato, Vinitaly rafforza il proprio ruolo come motore dell’internazionalizzazione del vino italiano, grazie anche a un sistema di incoming altamente profilato che consente di intercettare domanda qualificata e di accompagnare le imprese verso nuove direttrici di sviluppo sui mercati esteri senza trascurare i consumi interni a cui dedichiamo una ricerca mirata – ha dichiarato il presidente di Veronafiere, Federico Bricolo -. Per questo, la manifestazione evolve in sintonia con i cambiamenti del mercato e con le esigenze delle aziende, proponendo strumenti, contenuti e occasioni di incontro sempre più mirati a sostenere la competitività del comparto. Il nostro obiettivo – ha concluso Bricolo – è offrire risposte strutturate al sistema vino, affiancando le imprese non solo sul piano commerciale ma anche sui temi strategici che ne determineranno il futuro”.

Sul fronte dei temi e dei format, Vinitaly 2026 amplia e diversifica ulteriormente la propria proposta, intercettando i trend emergenti e rafforzando l’integrazione tra filiere, contenuti e occasioni di business. Tra le principali novità, cresce il progetto dedicato ai No-Lo Alcohol con NoLo – Vinitaly Experience: la start up in collaborazione con Unione Italiana Vini debutta con una nuova collocazione espositiva (2° piano Palaexpo) e un calendario strutturato di degustazioni, masterclass e focus di mercato su un segmento in forte espansione. Si rinnova anche l’offerta sui distillati e la mixology con Xcellent Spirits: un’area dedicata (hall C) realizzata con Gang of Spirits, pensata per favorire la connessione tra il mondo del vino e quello dei distillati a livello internazionale.

Sempre più centrale il ruolo dell’enoturismo, con Vinitaly Tourism che si consolida, anche a livello espositivo, con un programma che copre tutti i giorni di manifestazione e rafforza il calendario di incontri b2b grazie a un incoming mirato di buyer e tour operator specializzati, affiancato da nuove formule esperienziali dedicate ai territori e alle cantine. Due i poli tematici del turismo del vino a Vinitaly: il primo realizzato da Veronafiere e Wine Tourism Hub in collaborazione con i partner Wine Suite, Wine Meridian e Winedering nella galleria tra i padiglioni 2 e 3 e il secondo firmato totalmente dalla fiera in Sala Vivaldi (Palexpo, piano-1) con quattro focus tra convegni, indagini e ricerche a cura del Movimento turismo del vino, Roberta Garibaldi (esperta di turismo,  docente di Tourism Management all’Università degli Studi di Bergamo), Unicredit-Nomisma Wine monitor e dall’Università degli studi di Verona e BAM Strategie culturali in collaborazione con ArtVerona. Spazio anche alla ristorazione con concept mirati e ampliati per celebrare la Cucina Italiana patrimonio culturale immateriale Unesco. Saranno presenti  chef stellati e giovani promesse internazionali.

 

 

Non voleva perdersi il carnevale. Quello ambrosiano di una Claro che da alcuni anni è diventata anche sua, un carnevale che Fabrizio Ferracini ha vissuto come sempre alla propria maniera: nella cucina dell’Osteria della Posta.

Adesso però, per il “Fabri” e la moglie Sonia è giunta l’ora di dire basta, di guardare al futuro con la prospettiva di godersi quello che si definisce il meritato riposo. Giù le serrande di un ritrovo pubblico che in certi periodi dell’anno veniva preso d’assalto dagli avventori – alla faccia della crisi del settore gastronomico – e spazio a nuovi progetti, al sogno di una vacanza esotica, di qualche lettura e magari, chissà, di qualche tuffo in piscina per ricordare gli anni della gioventù, quando il “Ferazz”, com’era chiamato a quei tempi, dominava la specialità dei 1500 metri stile libero a livello nazionale.

Fabrizio con la moglie Sonia al bar
© Comclaris

L’Osteria della Posta di Claro no, non chiuderà, ma dietro ai fornelli e dietro al bar da marzo non ci saranno più il “Fabri” e la Sonia, anche siamo pronti a scommettere che lui lo ritroveremo ancora in cucina, come collaboratore, da battitore libero, di qualche esercizio pubblico della regione.

“Mi fermo, sono 56 anni che faccio questo mestiere, cominciato come apprendista al ristorante Lanterna di Bellinzona” racconta il nostro.

Lavoro e nuoto; cucina e piscina a quei tempi. Sì, perché come detto, Fabrizio è stato un campione del nuoto cantonale e nazionale prima di affermarsi come cuoco. Anni ’70, titoli e primati cantonali a go-go, meeting internazionali con la nazionale svizzera, due titoli assoluti di campione svizzero nel 1973 e 1974 nei 1500 sl.

“Un sondaggio realizzato dell’Eco dello Sport tra i suoi lettori nel 1973 mi ha addirittura eletto come miglior sportivo ticinese dell’anno, davanti a due mostri sacri come Alfio Molina, portiere dell’HC Lugano e Mario Prosperi, anche lui portiere, ma del FC Lugano” ricorda con un certo orgoglio il Fabri, che a quei tempi si tuffava in acqua alle 6.30 del mattino per il primo allenamento, tornava nella cucina de “La Lanterna” alle 9, vi restava fino al tardo pomeriggio per poi tornare in piscina la sera. “Avevo del talento, la Bellinzona Nuoto era uno squadrone e il mio datore di lavoro di allora mi facilitava l’attività sportiva”.

Le tappe che hanno visto affermarsi via via il nostro cuoco sono state molte e ne ricorderemo solo una, quella dello Spazio Aperto di Bellinzona, il centro voluto dal defunto Padre Callisto.

Un sorriso, la simpatia e piatti genuini erano di casa al Posta.
© Comclaris

“Lì ho fatto un po’ di tutto, ma soprattutto ho cominciato ad elaborare la mia cucina: pranzi, cene a tema, aperitivi, feste di matrimonio. Ho avuto una grande libertà di provare a fare quello che mi piaceva”.

In un’epoca che ha messo al bando la parola cuoco perché è troppo bello e chic farsi chiamare chef, Fabrizio Ferracini è rimasto soprattutto un cuoco, nel senso classico del termine. All’Osteria della Posta la clientela ci veniva per il capretto in primavera, per la sontuosa sella in autunno (“ho contato quelle dell’anno scorso: ne ho preparate 600”), per le specialità della casa come il merluzzo cucinato in più modi, il roastbeef accompagnato da una salsina capace di esaltare tagli di carne di prim’ordine, la tartare di manzo regolarmente servita senza aggiunta di ketchup (“la carne deve sapere di carne”), il brasato gustoso e delicato, la salumeria prodotta praticamente a chilometro zero da un artigiano salumiere della zona, i pizzoccheri ben conditi di burro e un cordon bleu gigante da 800 grammi, tutta roba poco adatta agli adepti di una dieta ipocalorica. Il trionfo della cucina dell’osteria, che deve nutrire e badare al sodo, rifuggendo la filosofia del fast-food.

“È la cucina che ho imparato stando accanto a mia nonna Pina, che in casa sua, quand’ero ragazzo, preparava quasi tutti i giorni il pranzo per una decina di operai che provenivano dalla bergamasca. Dai fornelli uscivano sapori autentici, cibo genuino, e da quella cucina io ho attinto per sviluppare la mia”. Già, la nonna Pina, che a Bellinzona molti ricorderanno anche perché, oltre a cucinare bene, era anche una conosciuta cartomante (ma questo non ce lo racconta il Fabrizio, lo svela sua moglie Sonia…)

All’Osteria della Posta il “Fabri” è arrivato nel 2019. E non è stato facile superare la crisi del 2020 quando il Covid ha costretto tutti ad abbassare le serrande. Lui, poi, di Covid si è anche ammalato e non l’ha passata bella. Mesi d’ospedale, vedendo in faccia la morte. Ma finalmente, guarito, nel giugno del 2020 c’è stato il ritorno alla normalità, la riapertura del locale, l’abbraccio con la clientela.

“Non potrò mai dimenticare che in quel brutto periodo il proprietario dello stabile mi ha condonato tre mesi di affitto, un gesto signorile, che mi ha aiutato molto a riprendere”.

Non solo al ristorante: Fabrizio Ferracini ha fornito per anni un apprezzato servizio a domicilio a chi lo richieva. Eccolo in partenza…
© Comclaris

Al Posta il “Ferazz” non ha mai voluto una carta vera e propria. “MI piace il contatto con la gente, adoro stare in mezzo ai clienti, sedermi al tavolo con loro. Così il menù lo raccontavo io, a dipendenza di quel che avevo previsto in cucina. Da pensionato, questo contatto con la clientela sarà la cosa che più mi mancherà. Ma era giusto fermarsi, anche per mia moglie Sonia che mi è sempre stata accanto, mi ha supportato e sopportato, e merita di poter tirare il fiato”.

E la Sonia che dice? Riuscirà a tenere a bada il “Fabri”? “La pensione se la merita, ma l’osteria gli mancherà, gli piace troppo la cucina, me ne accorgo perché quando sta ai fornelli è uno a cui viene l’acquolina in bocca. È un uomo dal cuore d’oro, lo sposerei ancora cento volte!”.

 

Realtà ticinese di grande prestigio nel mondo del vino, Arvi, uno dei principali rivenditori svizzeri di vini pregiati e rari, è da sempre una società attenta a promuovere le grandi Maison e a costruire partnership solide con realtà che condividono la stessa passione per il vino e per l’arte dell’accoglienza.

Così, nella raffinata cornice dello Swiss Diamond Boutique Hotel La Romantica di Melide, ecco di recente l’azienda organizzare un evento esclusivo dedicato alla Maison Champagne Barons de Rothschild, della quale è importatrice diretta, con una serie di ospiti selezionati e appassionati del mondo del vino che hanno potuto immergersi nella filosofia Rothschild grazie alla masterclass condotta da Bastien Mariani, direttore commerciale del produttore francese.

Protagoniste indiscusse della masterclass, le bottiglie di “Le Grand Clos”, cuvée simbolo dello stile della Maison.
Il momento centrale dell’evento è stato però la cerimonia di consegna delle targhe Brand Ambassador Champagne Barons de Rothschild a due realtà che interpretano con coerenza i valori del brand: lo Swiss Diamond Boutique Hotel La Romantica, rappresentato dal direttore Canio Sabia, e lo Swiss Diamond Hotel Vico Morcote, rappresentato dal sommelier Ivan Caprai.

«Abbiamo voluto questo evento per celebrare non solo la qualità dei nostri partner, ma anche l’impegno comune nel promuovere una cultura dell’ospitalità che valorizza il vino come esperienza» ha detto Paolo Cattaneo, presidente e fondatore di Arvi.

«Con la Maison Rothschild e con la famiglia Pacolli (proprietaria dei due Swiss Diamond, ndr) noi della famiglia Cattaneo condividiamo una visione fondata su tradizione, raffinatezza e relazioni costruite nel tempo. Siamo nel campo dell’eleganza e della perfezione, della qualità senza compromessi» ha aggiunto il patron di Arvi sottolineando che lo Champagne “è il vino della felicità e della meraviglia”.

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Se è vero che la fortuna aiuta gli audaci, allora i cinquanta viticoltori del Bellinzonese che hanno preso parte alla tradizionale gita sociale della Federviti regionale presieduta da Mirto Ferretti possono davvero ritenersi tali, considerato che si sono ritagliati due giorni di splendido sole – sabato 30 e domenica 31 agosto – incastonati tra la pioggia e il grigiore dei giorni che hanno preceduto e seguito la gita.
Si va alla scoperta di alcune realtà vitivinicole importanti, tutto sommato ad un tiro di schioppo da noi: a Monleale, non lontano da Tortona, un lembo di terra incastonato tra il Monferrato e l’Oltrepò, facciamo la conoscenza con il Timorasso rilanciato da Walter Massa; a Boca, nell’alto Piemonte, in provincia di Novara tra la Valsesia e il lago d’Orta, incontriamo Christoph Künzli, uno svizzero che ha contribuito non poco a rilanciare la DOC di quel comune, dove il vitigno principe è il Nebbiolo.

Tra i due appuntamenti, nel corso della cena di sabato sera all’Agriturismo Mulino Taverna di Cilavegna, in Lomellina, bella degustazione un po’ a sorpresa di vini dell’Oltrepò e dell’Azienda Bruno Verdi, con la presenza del titolare Paolo Verdi e della sua gentil consorte.
Quando si parte da Castione e Giubiasco il mattino di buon’ora (ma non troppo…), il cielo è ancora grigio e qualche scroscio di pioggia batte contro i finestrini del torpedone. Più giù, in Lombardia, le nubi si diradano e il sole ci illumina quando dopo due ore e mezza di viaggio saliamo la collina di Monleale per prendere posto sulla soglia del magnifico anfiteatro che caratterizza una parte dei vigneti dell’azienda diretta da Walter Massa (vignetimassa.com)

Filippo Alutto, della nuova generazione della Vigneti Massa a Monleale © Comclaris

Ad accoglierci, il nipote Filippo Alutto, che con il fratello sta assicurando la transizione dalla vecchia alla nuova generazione.
Se Walter è considerato un personaggio istrionico, Filippo sembra aver imparato bene l’arte dello zio e la sua conduzione della degustazione con le spiegazioni relative alla filosofia e alla storia dell’azienda sono state divertenti ed esaustive. Walter passa per un saluto veloce, siamo in vendemmia, ci sono molti impegni, ma l’impressione è che voglia soprattutto lasciare il palcoscenico alla nuova generazione. Lui non ha più bisogno di consensi.

Walter Massa © Comclaris

È il padre del Timorasso, vitigno che sembrava destinato alla sparizione e che ha rilanciato a partire dagli anni Ottanta, a volte disobbedendo, estirpando vigneti e impiantandone altri, praticando il diradamento dell’uva, scoprendo che il Timorasso vinificato poteva risultare piacevole e vincente solo dopo aver riposato a lungo in cantina. Ha condiviso il suo progetto con altri viticoltori della zona, non è mai stato geloso delle sue pratiche e delle sue scoperte, ha capito che il successo di un vino si ottiene con l’unione delle forze, la determinazione e la condivisione delle esperienze. Timorasso e Barbera di ottima qualità nei calici dei partecipanti (Piccolo Derthona; Derthona; Monleale e Sentieri le etichette degustate), pranzo in loco e rientro su Vigevano, dove l’Hotel del Parco è stato il nostro quartier generale per la notte.
Prima della cena però, come non dare un’occhiata ad una delle piazze più belle d’Italia, Piazza Ducale voluta sul finire del Quattrocento da Ludovico il Moro, splendido complesso scenografico rinascimentale che coi suoi portici introduce al magnifico castello sforzesco, con la sua strada coperta, la torre del Bramante, i cortili, le residenze signorili, le enormi scuderie dei cavalli.

Una veduta di Piazza Ducale a Vigevano © Comclaris

La cena al Mulino Taverna di Giuditta Banfi a Cilavegna è andata un po’ per le lunghe, ma il cibo era buono, l’atmosfera elegante, l’ambiente che ha coinvolto i partecipanti rilassato e divertente.
Paolo Verdi, produttore dell’Oltrepò e titolare di una storica azienda vitivinicola (https://www.brunoverdi.it/), ha presentato i suoi vini, partendo da un classico della zona: uno spumante a base di Pinot Nero, Chardonnay e Pinot Meunier, il Vergomberra, un metodo classico elegante dalla lunga permanenza sui lieviti che nel 2025 si è visto riconoscere i tre bicchieri dalla Guida del Gambero Rosso. Riesling renano, Bonarda frizzante (Croatina), Buttafuoco (Croatina, Barbera, Uva Rara, Ughetta di Canneto) e un Moscato sul classico Bonet hanno dato un tono alla serata.

Paolo Verdi e il presidente della Federviti di Bellinzona e Mesolcina Mirto Ferretti.
© Comclaris

Dal confortevole e moderno Hotel del Parco di Vigevano verso Boca la strada risale in direzione Nord per un’oretta abbondante. L’incontro previsto domenica con Christoph Künzli è un altro di quelli che lascia il segno. Questo mancato ingegnere edile zurighese si è ritrovato travolto dalla sua passione per i vini, è diventato importatore in Svizzera e girando il mondo si è imbattuto in un vecchio produttore di Boca, Antonio Cerri, dal quale ha rilevato la proprietà all’inizio degli anni ’90.
Bellissima la storia di Boca, dei suoi vigneti che un tempo lontano erano l’unica area vignata pregiata d’Italia; che ha messo il suo vino nelle bottiglie di vetro quando ancora nessuno lo faceva, mandandole e facendole conoscere in tutto il mondo; che dagli anni Cinquanta ha visto il bosco divorare i vigneti abbandonati dai contadini che lasciavano la campagna attratti da un lavoro e da un reddito sicuri nelle fabbriche sorte nella regione (da 40 mila ettari di vigna ai 700 di oggi).

Christoph Künzli
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Christoph ha capito il valore del territorio, ha recuperato terreni incolti, ha disboscato e impiantato vigne, ha ridato gloria e vigore al Nebbiolo che nel frattempo si era imposto nelle Langhe, ha contribuito in maniera importante a rilanciare la DOC di Boca.
Oggi la sua azienda Le Piane è un faro della regione, i suoi vini sono stati pluripremiati e in cantina Christoph custodisce un tesoro di vecchie etichette che rappresentano la memoria dell’azienda, risalendo persino alla produzione del vecchio Cerri.
Nebbiolo, Croatina (vinificata anche in purezza, ma non come la Bonarda), Vespolina e altre qualità autoctone sono i cavalli di battaglia dell’azienda, che con l’Erbaluce produce anche un vino bianco molto aromatico e minerale.
Dopo una degustazione che ha permesso ai partecipanti di scoprire quasi tutte le etichette prodotte a Le Piane, prima del ritorno in Ticino pranzo delizioso a base di prodotti regionali presso il ristorante Il Vigneto di Gattinara, a conclusione di una due giorni davvero interessante e caratterizzata da tanta armonia e simpatia.

 

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